di Andrea Torreggiani
Se il Lugano tra un paio di settimane avrà messo in bacheca il suo ottavo titolo svizzero al momento non è dato sapere. Quel che è certo, invece, è che indipendentemente da come andrà a finire la finalissima con il Berna, l’entusiasmante primavera 2016 segnerà, o meglio, ha già segnato, un punto di svolta fondamentale per il club bianconero.
La cicala, grazie anche al fondamentale lavoro svolto da Doug Shedden, si è finalmente trasformata in formichina. La squadra composta da troppe stelle, da troppi artisti, è diventata un gruppo unito, disposto al sacrificio, con due attributi grossi così. Quello spogliatoio, che da fuori si credeva da anni diviso, è diventato più compatto del cemento armato.
Certo, non tutto è ancora perfetto. Il powerplay non funziona come dovrebbe. La panchina, in confronto ad altre big del campionato, è ancora un po’ troppo corta. Il portiere (che, non va dimenticato, ha solo 21 anni) non è sempre costante nel suo rendimento. Ma a questo punto può davvero succedere di tutto, perché la volontà, lo spirito di sacrificio, l’unione del gruppo possono davvero permettere di raggiungere traguardi insperati. Come quello di qualificarsi per la finale dei playoff cinque mesi e dodici giorni dopo essersi trovati all’ultimo posto in classifica con quattro punti di ritardo dalla linea.
Alla fine, il titolo potrà anche non arrivare. Ma da oggi il Lugano non può che guardare nuovamente con tanta fiducia al suo futuro, perché quello che è stato costruito in questo mese di playoff è una base solidissima sulla quale tornare a costruire qualcosa di grande.

