OLIMPIADI - IL COMMENTO

Tofane Befane, un dono ce lo meritavamo anche noi

Dopo i vari traumi del passato, a Cortina si completa la parabola di Rast

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Tutto è bene quel che finisce bene

Tutto è bene quel che finisce bene

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Di: Nicola Rezzonico, inviato

Fino a ieri erano dieci, ma nessuno “made in Cortina”. Quanto abbiamo invidiato Bormio, in questi giorni, transitando davanti a quella parete che - riempiendosi gradualmente di quadretti commemorativi - ci ricordava in maniera irrisoria come si stesse vincendo un po’ ovunque… tranne che qui. Bene, da stasera la sempre più agghindata Wall of Fame di Casa Svizzera potrà fieramente esibire il primo pezzo autoctono della propria collezione. In attesa, ovvio, che i due quartetti di curling diano anch’essi il loro contributo decorativo. Non saranno le sette medaglie racimolate a Pechino, dove la squadra femminile di sci si era rivelata l’indiscusso fiore all’occhiello della delegazione rossocrociata, eppure l’argento timbrato Rast assume un peso specifico davvero considerevole, sia sul piano personale sia all’interno del gruppo.

Chiudere a bocca asciutta, emulando mestamente Vancouver 2010 (l’unica Olimpiade del XXI secolo in cui le nostre ragazze sono rimaste a secco), avrebbe avuto l’acre sapore della disfatta, sebbene non fosse un’opzione contemplata. Né da Wendy Holdener, che aveva deciso di puntare tutto su questa gara per togliersi un sesto e ulteriore sfizio a cinque cerchi, né tantomeno dalla stessa Camille, scottata da un gigante - diciamolo - solo ai limiti della sufficienza. Riammirarle entrambe sul podio, proprio come avvenuto agli ultimi Mondiali, era chiedere troppo? Per qualcuno, individuabile in Svezia, sicuramente sì. Detto ciò, e detto delle differenze minime intercorse tra le nostre frecce, alla fine ha sorriso chi ha osato di più, molto banalmente. D’altronde non poteva certo essere un subdolo tranello piazzato lungo il percorso a intimorire la vallesana, costretta a fronteggiare diverse avversità del fato per giungere fin qua. Da quella disturbante mononucleosi infettiva alla rottura del crociato, passando per una grave depressione. Tant’è che, per quanto il talento fosse evidente sin dalla tenera età (lì a dimostrarlo restano svariate medaglie ottenute a livello juniores), ad un certo punto l’ipotesi ritiro stava pericolosamente prendendo consistenza. Cosa ci saremmo persi, noi e lei in primis…

Ma provare a lottare per qualcosa di ancor più grande? Oggi, francamente, era inverosimile. Pungolata nell’orgoglio dopo i fiaschi degli scorsi giorni, Mikaela Shiffrin ha messo a tacere i malevoli proprio quando il secondo fallimento olimpico l’attendeva minacciosamente dietro l’angolo, con il suo ghigno perfido. Come? Compiendo l’ennesimo passo verso una dimensione ultraterrena: basti pensare che finora, nella storia dello sci, appena tre atleti erano riusciti a vestirsi d’oro in tre distinte edizioni dei Giochi (Deborah Compagnoni, Matthias Mayer e Kjetil André Aamodt, per la cronaca). Certo, raggiungere il recordman norvegese a quota otto medaglie si preannuncia disagevole anche per lei, attualmente soltanto a metà strada. Ma è appunto qui che potrebbe risiedere lo stimolo per allungare fino al 2034 - l’anno delle Olimpiadi casalinghe, oltretutto - una carriera su cui è fissa già da tempo l’etichetta di “impareggiabile”. Una carriera da migliore di sempre, in tutta semplicità.

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Milano Cortina 2026, l'intervista a Camille Rast (LA2 Sport Live 18.02.2026, 13h30)

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