Era il 1954 e per la prima volta iniziavano ad essere trasmesse a colori le partite del Mondiale di calcio. Tanto tempo è passato dall’ultima volta che la Svizzera era approdata ai quarti, un digiuno lungo 72 anni spezzato dal rigore di Vargas infilatosi alle spalle del suo omonimo colombiano a cui ha fatto seguito una gioia irrefrenabile da parte di tutta la delegazione. È stato come se il BC Place, fin lì coloratissimo dal giallo cangiante dei tifosi Cafeteros, si fosse trasformato di colpo in uno stadio svizzero, tanto forte il baccano dei pochi, coraggiosissimi supporter al seguito della Nati.
Sorrisi e lacrime mischiati sui volti dei giocatori ebbri di felicità, probabilmente più leggeri di qualche chilo sia per l’immane fatica fatta nei 120’ di gioco, sia perché il peso di quell’ottavo maledetto stava iniziando a lasciare il segno. Non sorprende allora che capitan Xhaka si sia accasciato al suolo, liberando tutte le delusioni dei tornei passati sull’erba canadese. Lui e Rodriguez le hanno vissute, queste delusioni, ed è giusto che soprattutto per loro questa vittoria sappia di rivincita per quei traguardi solo sfiorati dalla generazione d’oro elvetica. Ma è una rivincita anche per Kobel, fin qui oppresso dal fantasma di Sommer e finalmente scappato alla maledizione con quel volo liberatorio sul rigore di Hernandez. Oppure di Elvedi, rimasto a guardare nel 2018 e nel 2022 e oggi perno fondamentale di una difesa in cui Akanji ha nuovamente fallito dagli 11 metri, ma tra tutti quelli commessi questo è probabilmente l’errore più dolce.
Il paragrafo finale è invece dedicato all’artefice di questo sogno. Yakin ha nuovamente messo la sua firma su un momento storico, mettendo in mostra una volta di più la sua capacità di cambiare la squadra in base alle necessità. Senza Manzambi e con Vargas a mezzo servizio, il CT ha capito che si sarebbe dovuto lavorare più di sciabola che di fioretto, adeguando la formazione alla fisicità dell’avversario e spuntandola poi ai rigori. La Colombia ha provato a metterla sull’intensità e sulle emozioni (nota a parte, vergognoso l’atteggiamento di Mina durante l’epilogo dal dischetto) ma la Nati ha risposto colpo su colpo, perché il proprio condottiero l’aveva preparata a dovere. Adesso è quasi un peccato dover lasciare Vancouver, posto che evidentemente ci dice bene. Davanti a noi Kansas City. Davanti a noi, l’Argentina di Messi. Il pensiero corre subito al 2014. C’è un’altra rivincita da andare a prendersi.
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