dall'inviato Alessandro Tamburini
Karl Marx, anche lui è stato scomodato e citato da più persone (la prima, Marco Masetti) appena finita la corsa: "La storia si ripete: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa". Che farsa. Sì. Venite al paddock, dietro al sipario, che si è chiuso sul Mondiale vinto da un grande pilota, Jorge Lorenzo. Perché lo è. Iniziammo assieme nel Motomondiale, il 4 maggio 2002. Un sabato. Lui non poteva correre al venerdì perché non aveva 15 anni, compiuti il giorno dopo. Da appassionato di motori avevo l'onore di lavorare per la prima volta per la RSI nel Motomondiale. Un signor nessuno che tutto doveva imparare.
Grazie a tante persone imparai in fretta il vangelo dei motori. Passione. Rispetto. Correre per vincere o dare il massimo. Rispettare gli avversari. Zero tifo contro. Una cultura poi toccata con mano nel rugby. Scuola di vita.
Il Motomondiale era il figlio povero della Formula Uno, lontano parente degli ultrà e del glamour. Se lo "filavano" in pochi, tranne i veri appassionati. Ma attorno al fenomeno Rossi stavano cambiando gli equilibri. E sono cambiati. Amato, da tantissimi, odiato (senza sconti) da molti, un uomo al potere. E le moto si avvicinavano al glamour, senza rispetto, soldi veri (tranne che per pochi) e coerenza.
Rossi così è diventato simbolo, eroe, sconfiggendo generazioni di piloti. Dentro e fuori la pista. Seguito come il Dalai Lama, mentre Stoner e tanti altri finivano come il Panchen Lama, rapiti, nascosti, esiliati.
Poi è arrivato Marquez mentre le rughe solcavano l'anagrafe di "Vale". L'erede. Designato. Incarnato dallo stesso Rossi come il futuro Dalai Lama.
Come il Sole e la Luna, come il Dalai ed il Panchen in momenti storici, invece del regno condiviso l'anno 2015 ha creato il conflitto. Sì perché il "vecchio" maestro imitato (e oltre) sul tombino di Laguna Seca, all'ultima curva di Jerez o alla Casanova/Savelli del Mugello è tornato vicino al trono, e l'erede ha voluto spedirlo all'inferno. Uno (Rossi) ha usato le vecchie parole - sbagliando - per avvertirlo. L'altro (Marquez) ha scelto il teatro invece dei "volantini" per rispondere. Dalla sala stampa, la TV, il grande fratello mediatico, alla pista. E fine dello sport.
Nel paddock lo sanno tutti, tutti concordano. E come il 4 maggio 2002 ascolto. Ma ho più esperienza e mi rattristo. Jorge è un campione, ho iniziato con lui con grande onore, Marc è il nuovo idolo, mio figlio tifa per lui e la sua guida, le sue imprese. Ma non so più come spiegargli quando ritornerò da Valencia perché 110'000 spagnoli hanno abbandonato le tribune, la pit lane come l'Alpe d'Huez ha accolto Rossi ed il podio è stato fischiato dai pochi presenti restati. Non lo meritavano le moto, Jorge ed i miei sogni che rivedo nei bambini. No. Marc. Stavolta è stata una farsa. In pista si corre per vincere, non per far perdere.
Ascolto il paddock. Leggo Karl Marx. Ed ho un grande mal di testa. E tristezza.
Il commento di Alessandro Tamburini (Rete Uno Sport 09.11.2015, 07h00)
RSI Sport 09.11.2015, 10:41
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