dall'inviato a PyeongChang Luca Steens
Lo short track ha chiuso il suo programma olimpico con un'ultima serata che la Corea del Sud voleva di esaltazione nazionale, ma che alla fine ha portato sì due medaglie, ma nessun titolo e soprattutto tante delusioni. La ribollente Gangneung Ice Arena si è ritrovata così gelata dalle cadute (sia delle due finaliste nei 1'000m che della staffetta nei 5'000m) e dal cinese Wu Dajing, che stabilendo il nuovo record del mondo nei 500m ha relegato due padroni di casa sugli altri due scalini del podio.
Le emozioni: difficile descriverle a parole, ma quelle vissute nell'ultima sessione di gare di quello che è uno sport tra i più popolari nel paese che ospita i Giochi Olimpici sono state davvero intense, dall'esaltazione per i propri atleti lanciati verso il successo alla frustrazione totale per il mancato raggiungimento dell'atteso risultato. Un ambiente elettrico ad ogni gara, in un misto di tifo da stadio calcistico o hockeistico con quello per un concerto di rockstar di richiamo planetario. Il tutto mescolato sapientemente durante le pause da dj che hanno sparato musica da discoteca per non lasciare raffreddare la platea.
Il personaggio: gli arbitri di gara, che alla fine di ogni corsa riguardano le azioni contestate (e ce ne sono sempre) e decidono chi squalificare e chi ripescare. Ogni volta durante la loro presa di decisione si crea un'atmosfera particolare, nella speranza che non cambi nulla se tutto è andato per il meglio per i propri beniamini, o che diano un'altra possibilità ai propri colori in caso contrario. Caronti moderni.
La curiosità: il mestiere più pericoloso in pista è affidato a dei ragazzi chiamati a rimettere in posizione i conetti che delimitano internamente il tracciato. Compito facile quando gli atleti sono tutti raggruppati, ma tutt'altro che evidente quando qualcuno resta attardato. L'importanza di saper essere invisibili.


