Sport invernali

Credere in uno sport al 100% puro?

È giusto considerare l'irreprensibilità etica un traguardo, ma attenzione a non illudersi

  • 01.03.2019, 19:42
  • 4 maggio, 21:02
Poltoranin, il big caduto nella tentazione

Poltoranin, il big caduto nella tentazione

  • Keystone
Di: RSI Sport 

dall'inviato a Seefeld Giancarlo Dionisio

Lo scandalo-doping esploso due giorni fa a Seefeld ricorda, per le modalità, l'Operacion Puerto, che una dozzina di anni fa aveva minacciato pesantissimamente la credibilità dello sport, in particolar modo del ciclismo. I corridori avevano pagato il prezzo più caro, a fronte di altri loro colleghi che, invece, erano parsi come intoccabili.

Oggi come ieri, si è arrivati a mettere a nudo una truffa di notevoli dimensioni con mesi di appostamenti, pedinamenti, soffiate. Oggi come ieri la figura centrale è un medico. Allora fu un ginecologo spagnolo, Eufemiano Fuentes, a gestire nel suo studio madrileno di Calle Zurbano, il traffico di sacche di sangue utilizzate dagli atleti per l'autoemotrasfusione. Anche oggi tutto ruota attorno ad un medico, il tedesco Mark Schmidt, già artefice dei suoi traffici alcuni anni fa con le squadre ciclistiche della Gerolsteiner e della Milram.

Il che mi fa pensare che Bernhard Kohl, uno dei suoi corridori, pizzicato dall'antidoping quando era in odore di podio al Tour de France 2009, non abbia tutti i torti. "Non prendetevela solo con gli atleti: se fanno porcherie è perché dietro c'è qualcuno che li spinge e li sostiene". Sacrosanta verità, ma è giusto osservare che generalmente stiamo parlando di adulti, di persone in grado di distinguere tra lecito e illecito. Pensate che i due austriaci coinvolti, e rei confessi, Max Hauke e Dominik Baldauf sono per giunta dei poliziotti. Alla base c'è quindi una questione di responsabilità individuale.

L'operazione scattata nella località tirolese non si chiuderà qui. Si mormora di una sessantina di atleti, di varie federazioni, che sarebbero nel mirino degli inquirenti. E allora che si faccia pulizia, ma attenzione, non illudiamoci. Pretendere uno sport al 100% pulito equivale a credere in una società civile senza criminalità. "Mission impossible". Ci sarà sempre una minoranza che delinque. Noi ci rallegriamo quando scopriamo che da un anno all'altro diminuisce (ma non si azzera) il numero di furti, omicidi, rapine, stupri, eccetera.

Per quanto riguarda lo sport l'obiettivo dovrebbe essere proprio questo: puntare alla riduzione dei casi di truffa, farmacologica, finanziaria o tecnologica che sia. Per questo è indispensabile che tutti tengano la guardia molto alta: federazioni, comitati olimpici, agenzie antidoping e squadre con dei controlli interni a tappeto, se necessario anche spietati, come è accaduto nel ciclismo negli ultimi anni. L'imprenditoria dovrebbe chiudere i rubinetti al primo sentore di truffa. I media dovrebbero smettere di celebrare falsi campioni. I club formatori e la scuola dovrebbero lanciarsi in un'intensa campagna di prevenzione. Solo così, anche se lo ZERO ASSOLUTO è pura utopia, le cifre diventeranno più piccine, con grande soddisfazione del pubblico, che in fondo, è il primo ad avere il diritto di sentirsi tradito.

Legato al Telegiornale del 27.02.2019, 20h00

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