dall'inviato a Parigi Ivan Zippilli
Avete presente la differenza fra ascoltare un album sul proprio impianto di casa e seguire un concerto dal vivo? A volte ti dici: "In studio han fatto i miracoli, non è poi sto granché". Oppure: "Tale quale al disco, bravi ma è proprio uguale". Oppure ancora: "Wow, che ma quanto son forti live?".
Per il tennis è un po' la stessa cosa, facendo una similitudine un po' azzardata. Diciamo che la categoria dei bluff non c'è. Quanto uno vede in TV difficilmente peggiora dalle tribune. Le altre due categorie, invece, esistono eccome. Premessa ovvia, Federer è un discorso a parte. Per l'idolo delle folle bisogna pensare al concerto sinfonico: bello e completo in cuffia, sontuoso, emozionante, bello e completo dal vivo. Non serve essere tifosi svizzeri, perché lui incanta per le movenze, la tecnica, lo stile. Inimitabile.
Detto di Federer torniamo agli "altri". Il re dei bravissimi e perfetti, puliti su CD e dal vivo, è il numero 1 delle classifiche, con tanto di disco di platino. Novak Djokovic è così: come lo vedi in TV più o meno è dal vivo. Perfetto, preciso, ordinato, senza fronzoli. È il campione giusto per l'era dello streaming. Non ci sono però le folle urlanti a fare la fila per recuperare un ticket. Non c'è, così sembra almeno, quell'urgenza di dire: devo vederlo una volta in vita (come Roger Springsteen). Nole ha il suo stile, vince e gioca bene. Tanto basta.
Se sei a 10 o 50 metri dal palco ti aspetti però qualcosa in più, qualcosa di speciale. Wawrinka, e in parte persino Murray, ti offrono il loro tocco live. Lo scozzese è imponente (un armadio di persona, davvero) ma svelto e onnipresente in campo: urla, sbraita, lotta, esulta si arrabbia: una tigre in gabbia che ha fatto scappare Amelie Mauresmo. Stan dal canto suo è fenomenale: da due passi il rumore della sua pallina è uno schiocco vibrante e i suoi rovesci sono una geometria potente e perfetta. Non manca qualche urlo, ma lo spettacolo è nel suo braccio, che come quello di Del Potro propone botte improvvise e tremende che lasciano allibiti ed esaltati.
E Rafa? Ah Nadal. Povero Nadal. Addio Roland Garros 2016, giocato con un polso mezzo rotto e due partite stradominate. Ma cosa avrebbe fatto col polso a posto? Ma come si devono sentire Groth e Bagnis, che insieme hanno raccolto 8 game, a sapere che l'altro giocava a mezzo servizio? Si son presi delle mazzate storiche ma, se non altro, ci han giocato dal vivo. Perché il maiorchino non è il sinfonico Federer, ma una bella big band gagliarda quello sì. E con un solista d'eccezione: perché il suo "banana shot", il dirittone liftato che rientra da ogni posizione, è il colpo che dal vivo ti fa saltare sulla sedia. È il colpo "wow". L’effetto, come quello di tutte le sue palline (soprattutto su terra), lo percepisci come reale e fisico. E capisci perché gli altri la ributtano sempre male. Senza contare che, sul posto, il regista non può staccare i tuoi occhi dal suo primo piano. Allora ti vedi tutto il repertorio: dalle bottigliette perennemente in posizione, al passaggio ai cambi campo per secondo, alle manie preparatorie al servizio e alla risposta. Rafa è uno show completo, per lui le file al botteghino ci sono sempre state. Mancherà qui a Parigi, tanto quanto manca già il suo grande rivale Roger.
Non si vive nel passato, ma a pensare quante volte la "grande orchestra" e la "big band" hanno suonato sulla stessa scena, una a fianco dell'altra, la malinconia arriva facile. E resta addosso, almeno fino al prossimo schiocco di Stan o al prossimo urlo di Andy. Perché comunque un po' di musica fa sempre bene.
Il commento di Ivan Zippilli (Rete Uno Sport 20.05.2016, 07h20)
RSI Sport 20.05.2016, 10:19
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