Per oltre un secolo abbiamo raccontato la nascita del calcio italiano come una storia tutta britannica: marinai, commercianti e cittadini inglesi che portarono il pallone nei porti del Nord. La realtà, però, è molto più sorprendente. Accanto agli inglesi, infatti, ci furono gli svizzeri – e grigionesi – a gettare le fondamenta culturali, tecniche e persino istituzionali di quello che oggi è lo sport più amato d’Italia. Una pagina affascinante e quasi dimenticata, rimasta nascosta tra archivi, vicoli e memorie familiari.
A rivelarla è un viaggio fatto dalle Voci del Grigioni Italiano che ricostruisce un mosaico di storie che parte dai carruggi di Genova (culla del calcio italiano, sede del Genoa Cricket and Football Club, il più antico d’Italia), attraversa le industrie di Torino, tocca le pasticcerie fondate dagli emigranti del Canton Grigioni e arriva fino ai primi campi improvvisati della Penisola. Figure come Edoardo Bosio (pioniere assoluto del football italiano, discendente dello svizzero Giacomo Bosio fondatore a Torino del primo birrificio d’Italia) e James Richardson Spensley (medico visionario che aprì le porte del Genoa ai soci italiani) diventano i protagonisti di una vicenda che unisce migrazione, impresa e modernità.
Ciò che il tempo aveva quasi cancellato, oggi torna a brillare in tutta la sua forza grazie al viaggio in due parti che andrà in onda su Rete Uno venerdì 15 e venerdì 22 marzo alle 19 e poi sempre ascoltabile tramite la pagina delle Voci del Grigioni italiano sulla piattaforma Audio e podcast della RSI.
La narrazione di Alessandro Tini e dello storico del calcio Fabrizio Calzia si muove tra botteghe ottocentesche – come la storica Pasticceria Klainguti, simbolo dell’eleganza svizzera trapiantata a Genova – e salotti aristocratici dove nobili italiani, svizzeri e inglesi scoprirono insieme un nuovo gioco destinato a trasformarsi in rito collettivo.
Alessandro Tini intervista lo storico del calcio Fabrizio Calzia
È la storia di famiglie che portarono nel Nord Italia non solo pasticceria e innovazione industriale, ma anche un modo diverso di vivere il tempo libero, l’associazionismo, la disciplina sportiva.
Tra archivi, aneddoti e luoghi simbolo emerge una verità dimenticata: senza l’iniziativa, la visione e le reti sociali delle comunità elvetiche, il calcio italiano — come lo conosciamo oggi — forse non sarebbe mai nato.
Dai velodromi ai primi campionati

Il campo del Genoa realizzato nel quartiere di Marassi nel 1910, in un terreno da tempo adibito prevalentemente ad attività ippiche
Tutto ebbe inizio nei vicoli di Genova, tra caffè storici e case affacciate su piazze che, più di un secolo fa, videro rotolare i primi palloni. La storia è sorprendente. La nascita del calcio italiano è il risultato di relazioni improvvisate, intuizioni coraggiose e di una presenza svizzera ben più radicata di quanto il racconto popolare abbia mai ammesso.
Accanto a figure già incontrate come Edoardo Bosio e James Richardson Spensley, ci sono nuovi protagonisti: pionieri elvetici giunti in Liguria per studio, lavoro o semplice avventura, e che finirono per scrivere pagine indelebili del nostro sport. È il caso di Henry Dapples, genovese di nascita ma vodese d’origine, tra i primi giocatori del Genoa e vincitore di ben cinque campionati tra il 1898 e il 1903; oppure di Etienne Bugnion, adolescente svizzero che dopo aver fondato il Montriond Losanne (l’attuale Lausanne-Sport) approdò sotto la Lanterna, contribuendo ai successi rossoblù e segnando gol rimasti nella memoria collettiva.
Il racconto si allarga poi agli ambienti sociali dell’epoca: giovani benestanti, studenti internazionali, figli della borghesia industriale — spesso svizzeri, inglesi o italo‑svizzeri — che ebbero il privilegio di praticare uno sport allora considerato elitario. Mentre buona parte della popolazione italiana faticava a procurarsi il pane quotidiano, questi “virgulti” costruivano inconsapevolmente il linguaggio tecnico e culturale del calcio che sarebbe arrivato fino a noi.
Gli episodi curiosi non mancano, come il trofeo della Palla Dapples — una splendida sfera d’argento che passava di squadra in squadra attraverso sfide secche — o le vicende di Edoardo Pasteur, svizzero naturalizzato genovese e figura simbolo del Genoa, capace di ricoprire nel club praticamente ogni ruolo: giocatore, capitano, segretario, presidente. E ancora l’arrivo dell’allenatore inglese William Garbutt, che introdusse nel lessico italiano il termine “mister”, destinato a diventare universale.
La narrazione si intreccia con la storia sociale dell’Italia di fine Ottocento: il primo campionato, giocato l’8 maggio 1898, passò quasi inosservato perché in quelle stesse ore Milano era scossa dai moti del pane repressi dal generale Fiorenzo Bava Beccaris. Un contrasto che fotografa perfettamente il mondo in cui il calcio muoveva i suoi primi passi: un Paese affamato e diseguale, ma anche pieno di energie nuove.
Il percorso, sempre in compagnia dello storico del calcio Fabrizio Calzia, termina nel cuore simbolico della memoria rossoblù: il Museo della Storia del Genoa. Qui, tra maglie ottocentesche, trofei unici e cimeli che raccontano un secolo e mezzo di storia, torna ancora una volta la presenza elvetica. Non solo nei nomi degli antichi protagonisti, ma persino nella toponomastica della città: dalla funicolare costruita da ingegneri svizzeri al quartiere del Righi, testimonianze discrete di un legame che Genova porta ancora inciso nel paesaggio.
Questa seconda parte ci ricorda che il calcio italiano non è nato da un gesto singolo, ma da un intreccio di destini, migrazioni e passioni condivise. Gli svizzeri non furono comparse. Furono architetti, organizzatori, visionari. Senza di loro — e senza quel mondo di giovani benestanti, cosmopoliti e curiosi — il football italiano non avrebbe trovato la sua forma.

Le Voci del Grigioni italiano in viaggio alla scoperta dei pionieri svizzeri del calcio italiano




