La vita oltre, tre domande al regista Patrick Botticchio.
Come è nata l’idea di affrontare un tema tanto delicato?
Francesca Jaks mi è stata presentata dal produttore di Storie Michael Beltrami. La sintonia è stata immediata, forse perché tutti e tre ci sentivamo spinti dalla necessità di voler sfatare il tabù del suicidio. L’idea di poterne parlare, anche attraverso personaggi di dominio pubblico quale il campione di hockey Peter Jaks, rimasto nei cuori dei ticinesi, ci ha permesso ulteriormente di confermare il fatto che il suicidio non sia un tema marginale, ma bensì un argomento che può e deve venire affrontato.
Il suicidio è un argomento tabù, ci sono formule particolari per affrontare temi del genere?
Diciamo che Francesca e le sue tre figlie sono un esempio di vita incalzante. Il loro senso dell’umore è evidente da subito, ma conoscendole meglio si può intuire che il segreto di tale positività deriva in realtà da un grande lavoro personale, che passa da: dolore, verso una comprensibile rabbia, percorrendo poi la strada dell’amore e del perdono. Forse la formula per parlare di un tema così delicato è semplicemente cominciare a parlarne, nel bene e nel male.
Cosa desidera trasmettere alle telespettatrici e ai telespettatori con “La vita oltre”?
L’auspicio primario di un documentario come questo è essere d’aiuto a chi ha vissuto situazioni simili. Fin dal titolo si vuole suggerire una chiave di lettura propositiva verso chi ha vissuto un lutto così improvviso quale il suicidio. Ecco quindi che le parole di Francesca, si spera, possano essere di conforto: “il dolore ha una parte di luce, bisogna parlarne e affrontarlo affinché se ne possa uscire più forti”.


