«Siamo sempre connessi, ma mai stati così soli. In un mondo che promette legami istantanei, cresce silenziosa una nuova forma di povertà: quella relazionale. Non si misura in reddito o beni materiali, ma nel numero di rapporti che riusciamo a creare e mantenere». Così recita la copertina del primo numero (ottobre 2025) della rivista italiana Nessi, pubblicazione di Percorsi di Secondo Welfare, un laboratorio di trasformazione sociale. E non stupisce che il primo numero esordisca con il tema della povertà relazionale: l’anno scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava che nel mondo la solitudine affligge una persona su 6, e causa 871mila decessi all’anno.
La povertà relazionale non è un problema solo di natura psicologico e individuale, bensì un fenomeno sociale, struttura e di salute pubblica che va contrastato con un insieme di pratiche virtuose in cui concorrono ente pubblico, privati, associazionismo e terzo settore e anche contesto informale. Come contrastare il rischio di solitudine e isolamento, dalla teoria alle proposte concrete di Mendrisio, città pioniera – nella Svizzera italiana – di iniziative virtuose come, ad esempio, le portinerie di quartiere.
Ne abbiamo parlato con la sociologa Chiara Saraceno, autrice dell’articolo “Che cosa significa povertà relazionale” (Nessi, 2025), e Tiziana Madella, docente professionista SUPSI in Lavoro sociale e direttrice della Divisione socialità e pari opportunità della Città di Mendrisio.
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