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Luciano Bianciardi al Bar dello Sport

di Valerio Rosa

L’industria culturale è una colossale impostura. Il suo corollario salottiero di convegni, presentazioni e premi è una liturgia priva di senso. L’editoria può offrire grandi opportunità ai mediocri, a patto che questi sappiano sfruttare a proprio vantaggio gli idealisti e gli sprovveduti che si ostinano a credere nelle favole del merito, delle competenze, dello studio come requisiti per l’ascensione sociale. Come farsi largo in un mondo di fannulloni frenetici, che non combinano niente dalla mattina alla sera, ma riescono a dare l’impressione di lavorare tantissimo? Basta seguire i consigli dello scrittore Luciano Bianciardi, che nel 1966, al culmine della disillusione sulle magnifiche sorti e progressive del boom economico, di cui ha mostrato ne “La vita agra” la faccia nascosta, elargisce sul settimanale ABC una serie di lezioni per giovani privi di talento, che “intendano vivere, e addirittura prosperare, in quel campo di attività umane, non essenziali peraltro alla vita dell’uomo, che vanno sotto il nome complessivo e vago di cultura”. Le sarcastiche dritte di Bianciardi, anticipatore dei moderni mental coach e formatori aziendali che ricavano insegnamenti di vita dalle esperienze più varie, si ispirano anche al calcio, il cui studio può giovare all’intellettuale, come anche “al politico, al sacerdote, al dirigente, a chiunque insomma debba vivere in mezzo agli uomini e intenda prosperarvi”. L’ambiente di lavoro, per esempio, va tenuto sotto controllo marcando a uomo chi potrebbe tornare utile (il capufficio, le segretarie) e a zona i concorrenti da neutralizzare: più si avrà il controllo tattico e strategico delle forze in campo, anche ricorrendo a colpi bassi come maldicenze ben assestate, più il risultato favorirà le proprie prospettive di carriera.

E fin qui il calcio è un serbatoio di metafore, ma nell’ultimo anno e mezzo della sua vita, dall’estate del 1970 al 15 novembre del 1971, quando muore ucciso dall’alcol e dal male di vivere, Bianciardi scrive di pallone (e non solo) per il Guerin Sportivo, all’epoca diretto da Gianni Brera. Lo fa per stanchezza, per noia, per disillusione, per disimpegnarsi da temi e ambienti che non lo interessano più, come se volesse mettersi da parte nella tristezza senza rimedio che si è impossessata di lui. Eppure la sua rubrica della posta diventa un appuntamento imperdibile. I lettori non lo interrogano soltanto sulle prodezze di Rivera e Pelé, ma praticamente su tutto lo scibile umano. Chi scrive a Bianciardi lo sottopone a una specie di questionario di Proust, con domande sul calcio, ma anche su cinema, letteratura, politica, storia, attualità. Bianciardi è informato su tutto, ma, da autentico nemico delle specializzazioni, non è esperto quasi di niente, ed anche negli ambiti in cui potrebbe tenere conferenze e scrivere trattati (la letteratura e la traduzione dall’inglese), i suoi giudizi spesso sono esecuzioni sommarie, nette, apodittiche e taglienti: Verga è meglio di Faulkner, Foscolo vale tre volte Byron, Mario Soldati più che uno scrittore è un gastronomo…, come in una chiacchiera al bar, tra un caffè e un tramezzino. Ed è proprio questo il segreto del successo della rubrica, che trasferisce sulla pagina scritta l’atmosfera del bar dello sport, in cui Bianciardi si ritaglia il ruolo dello stimato professore di paese che dispensa perle di saggezza, la persona istruita a cui un’Italia provinciale e ingenuamente rispettosa degli uomini di cultura riconosce l’autorevolezza di un oracolo. Una piazza virtuale frequentata anche da personaggi famosi, dello sport, del cinema e della televisione: gli attori Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Lando Buzzanca, Arnaldo Foà, il presentatore Pippo Baudo, i cantanti Milva e Gino Paoli, e ancora Felice Andreasi, Adriano Celentano, Paola Pitagora, ringraziata per aver reso simpatico un cognome legato a poco onorevoli ricordi scolastici. A volte le risposte si fanno più meditate e articolate, per esempio rispetto alle provocazioni di Enzo Tortora sulla morte dell’anarchico Pinelli o su cosa significhi essere di sinistra. Ma nella maggior parte dei casi Bianciardi deve fronteggiare quesiti ora naïf, ora spassosi, ora decisamente assurdi: “Che cosa pensa di chi fa l’amore in automobile?”, “Le piacerebbe fare il Papa?”, “Esistono oggi in Italia le condizioni per un colpo di Stato?”, “Mi può elencare dieci personaggi viventi che, se potesse farlo, deporterebbe in Guatemala?”, “È mai andato con un travestito?”, “È meglio Alcibiade o Pasolini?”. Gli tocca anche questo, per sbarcare il lunario, oltre agli articoli e alle traduzioni sfornate a getto continuo, e non sappiamo quanto la cosa lo diverta e quanto lo umili, tant’è vero che in una ipotetica Nazionale degli scrittori si assegna il ruolo del mediano di fatica, lui che è un fantasista, un artista della parola, un trequartista incompreso e rassegnato.

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