Belli e dannati

di Mariarosa Mancuso

Da “Il grande Gatsby a “Sorgo rosso”. Dalla ricchezza smisurata di Francis Scott Fitzgerald al cereale non tanto pregiato di cui abbiamo scoperto l’esistenza grazie al film di Zhang Yimou (tratto dal romanzo del cinese Mo Yan, che ha appena vinto il premio Nobel). Sorprende trovarli fianco a fianco nello stesso libro, dove peraltro incontriamo altri personaggi che paiono romanzeschi, e invece non lo sono. Dal venditore di sigari (e anche un po’ confessore) con clientela miliardaria a un poeta-ingegnere elettronico che codifica le sue poesie nei chip. È l’India di oggi, vitale come la Londra raccontata da Charles Dickens. L’India dei braccianti che coltivano il sorgo, appunto. E di chi va in città per lavorare nei call center, che per noi è il male assoluto, e per gli indiani un occasione per lasciare gli slum. È l’India di “Belli e dannati”: cinque ritratti straordinari firmati da Siddartha Deb (pronuncia “siddàrt Deb”), appena usciti da Neri Pozza. Classe 1970, nato in un villagetto indiano, ora vive a New York. Ha fatto il giornalista, si è finto impiegato al call center, insegna scrittura creativa, ha scritto due romanzi. “Belli e Dannati” è puro New Journalism, sulla scia di Truman Capote e Tom Wolfe.
 
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