Too Much to Dream – sottotitolo “Giovani, musica e controculture nella California degli anni Sessanta” (Carocci) - racconta la favola della West Coast, quando fu il rock a ergersi a emblema di una generazione, dei suoi sogni e delle sue utopie, spiegandone le ragioni e valutandone il portato ideale anche oltre il luogo d’origine. Un fenomeno, quello identificato con la hippie generation, in cui la musica ha occupato un posto centrale facendosi messaggera di pace e amore, ma anche di rivendicazioni che hanno interessato l’intero establishment, istituzionale e non: dalla scuola alla famiglia, dalla politica al razzismo, dalle droghe alla spiritualità.
Hippies
Il granaio della memoria 09.06.2018, 16:00
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Quando tutto cominciò, in Italia furono i libri di Bertoncelli a spalancare i nuovi orizzonti con una scrittura freak in simbiosi con l’oggetto, mentre quelli di Mario Maffi ne spiegavano le dinamiche con un approccio accademico. Poi, alcuni editori tradussero opere di culto come il manifesto di Jerry Rubin (Do It!, per Arcana) o il Roszak (Nascita di una controcultura, per Feltrinelli), opportunamente citati nel libro in questione. Estinti i fuochi che ardevano in ogni angolo d’America, la pubblicistica sulla controcultura si è arenata, pur continuando a prosperare nel mondo anglosassone dove è stata rilanciata anche grazie all’esplosione delle sottoculture a partire dagli anni Ottanta. È dunque un inatteso “ritorno di fiamma” – a proposito di (logore) metafore incendiarie - quello rappresentato dal libro di Alberto Maria Banti. E tuttavia non è del tutto inaspettato. L’autore - Ordinario di Storia Contemporanea e Storia culturale all’Università di Pisa - ci aveva già impressionato con scorribande ambiziose, ma sempre fondate, nel cuore della popular culture planetaria. Nel 2019 era uscito il monumentale Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd, che già dedicava ampio spazio alla musica, e nel 2024 una monografia sull’album più osannato del rock, Sgt. Pepper’s. Uno dei più autorevoli storici dell’età contemporanea prosegue dunque la sua meticolosa indagine rileggendo una fase di svolta della sua e nostra giovinezza per restituircela così com’era ma come non l’abbiamo potuta vivere, evidentemente, essendoci immersi dentro fino al collo, volenti o nolenti. Sfrondata, cioè dalle tante letture di parte che l’avevano accompagnata e per questo avevano impedito di coglierne i bagliori tanto illuminanti quanto incendiari se non mortiferi. Così fanno gli storici. Onore a loro, se s’imbarcano a rileggere documenti del tempo e fonti le più disparate per rimettere le cose in ordine senza pregiudizi, visto che si tratta di acqua passata e le discussioni sul valore o meno di certe esperienze sono materia riservata oramai ai nostalgici.
Nell’occuparsi di musica, Banti prosegue il lavoro che in Italia è stato iniziato da Sandro Portelli negli anni Settanta, ripreso molto più tardi da Emilio Franzina, Stefano Pivato, Marco Peroni e Giovanni De Luna per poi marcare il “canone” nel nuovo millennio con i lavori di Irene Piazzoni, Paolo Carusi, Gioachino Lanotte, Marilisa Merolla e soprattutto Ferdinando Fasce. Niente nel libro è lasciato al caso o a una lettura soggettiva: ogni affermazione è giustificata da un riferimento bibliografico. Banti setaccia anzitutto i documenti dell’epoca (riviste, fanzine, interviste ai protagonisti) a cui affianca la cospicua letteratura cresciuta attorno agli anni d’oro del rock e cala l’oggetto in un più vasto sistema di riferimenti che include pietre miliari dell’antropologia, sociologia e studi culturali (al tempo non ancora strutturati). La controcultura assume così un significato più profondo mentre allora ci si accontentava di un’adesione ingenua e acritica. Prima credevi in quella rivoluzione perché ne facevi parte. Ora ci credi perché è la Storia a dimostrarlo e non hai bisogno di atti di fede.
Se devo avanzare una critica, essa ha a che fare con la scarsa considerazione dei popular music studies, che per primi hanno avvicinato l’oggetto con piglio accademico, rappresentando una sorta di istituzionalizzazione di quell’approccio empatico che aveva caratterizzato la critica del tempo. Solo Sheila Whiteley viene citata fra i numi tutelari di una pubblicistica che avrebbe ben figurato nella pur ampia bibliografia finale. Il coté italiano – inevitabilmente di seconda mano – è anche più carente, dato che vi compaiono per lo più esponenti della critica giornalistica come Massimo Cotto e il duo Castaldo-Assante mentre sono assenti figure ben più rappresentative come Riccardo Bertoncelli e, soprattutto, gli accademici Franco Fabbri e Sandro Portelli. Questo tuttavia non inficia minimamente l’impianto teorico né la narrazione, che scorre gradevole pur nei tanti rimandi in nota che suggeriscono mille altre divagazioni.
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