“Zartir” di Gurdjieff Ensemble e Levon Eskenian, ECM (dettaglio di copertina)
La Recensione

“Zartir”

La filologia al contrario di Levon Eskenian

  • 05.02.2024
  • 24 min
  • Giordano Montecchi
  • ecmrecords.com
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Il pubblico della musica ha conosciuto il nome di George Ivanovitch Gurdjieff nel 1980 quando uscì Sacred Hymns, l’album di Keith Jarrett dedicato alle creazioni di questo personaggio così poliedrico ed enigmatico, tradotte in linguaggio pianistico in collaborazione con Thomas De Hartmann. Per Gurdjieff, nato a Gyumri (all’epoca in Russia, oggi in Armenia), in una data imprecisata attorno agli anni ‘70 dell’Ottocento, la musica fu uno dei tanti suoi campi di interesse, ereditata dal padre, ashug, cioè bardo, cantastorie, e approfondita durante i suoi numerosi viaggi nelle regioni caucasiche, in Asia centrale fino all’India e al Tibet. Strettamente legata al suo insegnamento, all’incrocio tra filosofia, misticismo e sincretismo religioso, la produzione musicale di Gurdjieff è fortemente influenzata dalla danza sacra dal sufismo e attinge a una molteplicità di fonti, dal folklore alla musica religiosa, che in quelle regioni formano un caleidoscopio forse con pochi eguali nel mondo. A capo del suo Gurdjieff Ensemble, Levon Eskenian da una quindicina d’anni almeno si dedica a un originalissimo lavoro di ricostruzione, a partire dalle versioni pianistiche di De Hartmann, delle ipotetiche fonti di tradizione orale cui la musica di Gurdjieff si ispira. Con Zartir, uscito pochi mesi fa per la ECM, Eskenian prosegue la sua ricerca che già aveva prodotto un primo album nel 2011. La sua è una sorta di filologia all’incontrario che rovescia la freccia del tempo, poiché dalla musica trascritta intende risalire alle sue fonti orali. Come che sia, verosimile o immaginario, il risultato ha una sua magia del tutto speciale.

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