Esiste un’altra America, più convenzionale, sviluppatasi nel solco della tradizione in contrasto con quella più nota e innovativa che ha generato le commistioni col jazz e il folklore (Gershwin, Copland), la sperimentazione più anarchica (Ives, Cage), i seguaci dell’avanguardia europea (Babbitt, Adams), il minimalismo e altro ancora. American Dream, pubblicato dall’etichetta Alpha, presenta lavori di tre figure (due compositrici, un compositore) di cui poco o nulla si sa e che vale la pena di scoprire. Le biografie artistiche di Amy Beach, Dana Suesse e Victor Babin non hanno che pochi punti in comune. Amy, vissuta tra il 1867 e il 1944, fu attiva in particolare a inizio Novecento e in vita godette di una discreta fama sia come pianista che come autrice, impegnata su questioni sociali che interessavano le donne e l’educazione musicale. Dana, vissuta tra il 1909 e il 1987, operò a cavallo tra la sala da concerto e il cinema producendo colonne sonore e popular songs. Per lei fu coniato l’appellativo di “girl Gershwin”. Victor (1908-72), di nazionalità russa, emigrò negli anni Trenta e si affermò come pianista la cui reputazione resta legata al duo formato con la moglie Viktoria Vronskaya. In questo “sogno americano” ci troviamo dunque in un ambiente familiare, dove atmosfere tardo-romantiche dialogano con la già consolidata tradizione della musica da film di Hollywood. Ma c’è di più: intanto l’album presenta tre composizioni per due pianoforti, di cui due sono concerti per pianoforte e orchestra. Poi, come osserva Arthur Ancelle - autore del libretto oltre che esecutore insieme a Ludmila Berlinskaya - tutte e tre le opere sono composte da quattro movimenti e terminano nella tonalità di mi maggiore. E altre ancora sono le concomitanze, dai finali velocissimi al fugato che compare in tutte e tre le composizioni. Verrebbe da dire che, dopo aver celebrato a senso unico i prestiti verso l’Europa come il contributo più significativo dato dal Novecento americano, godiamoci un punto di vista ribaltato e scopriamo cosa negli stessi anni l’America ha preso dall’Europa. In entrambi i casi, ovvio, il trasferimento di tecniche, suoni, forme e sensibilità non è indenne da cadute nei cliché. Ma, se è vero che nella “traduzione” si perde sempre qualcosa, l’operazione presenta sempre risvolti di originalità e sorpresa, com’è il caso di queste composizioni riesumate da Arthur Ancelle e Ludmila Berlinskaya con l’Orchestre Victor Hugo diretta da Jean-François Verdier (il Concerto di Suesse) e Laurent Comte (il Concerto di Babin).
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