La storia dell’opera è costellata dalle raccolte di “arie favorite” e, dopo l’avvento della discografia, di una miriade di “Highlights”. Dischi che, a parte l’instancabile riconferma di scelte e stereotipi inevitabilmente discutibili, altrettanto inevitabilmente sono stati e sono la negazione di qualsiasi principio drammaturgico, ossia la ragion d’essere, il fondamento, il tronco su cui poggia il dramma musicale e del quale le arie sono per così dire le fronde più o meno rigogliose. A fronte della drammaturgia wagneriana, tutto questo vale a maggior ragione. Ma poco meno di quarant’anni fa, nel 1988, un direttore d’orchestra di genio, proprio in relazione a Wagner, ha coltivato e poi realizzato un’idea al limite del paradosso e l’ha intitolata Der Ring ohne Worte, L’anello senza parole. In sostanza, Lorin Maazel, è lui il responsabile di questo che non sai bene definire, se sacrilegio o prodigio, ha ricavato dalla Tetralogia di Wagner, un poema sinfonico, un genere per il quale l’autore del Tristano aveva ben poca simpatia, nonostante la sua convinzione che la grande musica recasse in sé un contenuto poetico e drammatico. Convinzione che Wieland Wagner era solito tradurre in questi termini: «L’orchestra, è lì che sta tutto» - e che per Maazel ha costituito il principio ispiratore del suo progetto. Dopo il direttore americano, altri direttori d’orchestra hanno affrontato questa imponente partitura sinfonica che al momento, salvo errori, conta solo un paio di registrazioni discografiche. L’abbiamo ascoltata nei giorni scorsi al Teatro Comunale di Modena affidata alle mani, anzi alle braccia, di un direttore che, lui pure, non sapresti dire se sacrilego o prodigioso: Theodor Currentzis, alla testa di MusicAeterna, una delle “sue” due orchestre, senza dubbio superlativa.
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