iStock-Schiavitù, Cotone, Pianta di cotone, Stile del XVIII secolo, Piantagione
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La prima remigrazione?

Tra abolizionismo e colonizzazione: il progetto della Liberia

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  • Claudio Visentin
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Nel corso del Settecento, nelle colonie britanniche del Nord America e poi negli Stati Uniti, prende forma un movimento di critica alla schiavitù. Nasce dapprima in ambito religioso e negli anni della Dichiarazione d’indipendenza del 1776 s’intreccia anche con il linguaggio dell’Illuminismo. Un nuovo senso di uguaglianza spirituale e civile tra gli uomini rende sempre più difficile giustificare la proprietà e lo sfruttamento di altri esseri umani, spiega Enrico Dal Lago. Anche sul piano economico, come emerge dagli studi di Giulio Talini, la schiavitù sembra superata. Ma all’inizio dell’Ottocento l’espansione del cotone nel Sud degli Stati Uniti restituisce forza e centralità all’economia di piantagione. La prospettiva dell’abolizione si scontra così con interessi economici, politici e sociali sempre più potenti. In questo contesto prende corpo un’altra idea: non integrare pienamente le persone nere libere nella società americana, ma trasferirle nuovamente in Africa. È il progetto sostenuto dall’American Colonization Society, fondata nel 1816.

Nel 1822, sulla costa occidentale dell’Africa, nacque l’insediamento che sarebbe poi diventato, nel 1847, la Repubblica indipendente della Liberia. Qui furono trasferiti afroamericani liberi ed ex schiavi, persone che spesso non avevano più alcun legame linguistico, culturale o familiare diretto con il continente africano. Non tutto andò come previsto. La Liberia ha conosciuto due secoli di storia tormentata: il dominio delle élite americo-liberiane, le tensioni con le popolazioni locali, crisi politiche, guerre civili e difficili processi di ricostruzione. E tuttavia nel nuovo millennio, come racconta Marco Trovato, s’intravedono anche spiragli di speranza.

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