Suad Amiry
Suad Amiry (©Guido Piccoli)

Suad Amiry, la bella voce della Palestina

di Guido Piccoli

LASER
Mercoledì 29 novembre 2017 alle 09:00
Replica alle 22:35

Per sua stessa ammissione è una “scrittrice per caso”. Lei è e si sente soprattutto un’architetta. E non solo perché ha studiato all’American University di Beirut e all’Università del Michigan, per specializzarsi infine a Edimburgo. E nemmeno perché dal 1981 insegna architettura alla Birzeit University e dirige a Ramallah il Riwaq Center, per la conservazione di quello che rimane dell’architettura palestinese. Suad Amiry ha curato e scritto numerose opere sull’architettura palestinese. Saggi e romanzi nei quali ha raccontato, con grazia, tristezza e molto sarcasmo, di migliaia di case che, a cominciare dal 1948, i palestinesi furono costretti ad abbandonare in fretta e furia (portando con sé solo qualche oggetto a memoria di una vita spezzata). Case passate nelle mani degli israeliani, grazie alla complicità delle potenze mondiali che fecero pagare ai palestinesi le proprie terribili colpe, attive o passive, riguardo all’Olocausto. Case a cui, ai vecchi proprietari, è preclusa non solo la visita, ma anche la vista. Nata a Damasco da madre siriana e padre di Jaffa, Suad Amiry ha fatto parte per anni delle delegazioni palestinesi che hanno preso parte agli snervanti quanto inutili incontri di pace con gli israeliani, sotto l’egida statunitense. Tra i suoi romanzi, tradotti in una dozzina di lingue, il più conosciuto è “Sharon e mia suocera”, del quale parla anche in questo “Laser” curato da Guido Piccoli.

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