Moby Dick

La finanziarizzazione del calcio mondiale

Uno sguardo a cosa resta dei valori sportivi più autentici, nello sport più seguito al mondo

Infantino e Trump

Si avvicinano i mondiali di calcio, quest’anno ospitati congiuntamente da Canada, Messico e Stati Uniti: sulla carta saranno l’evento sportivo più redditizio di sempre, con ricavi stimati in oltre 10 miliardi di dollari.

Se siamo ormai abituati a considerare il calcio dei grandi club come un calcio ormai spersonalizzato e senz’anima, in mano a colossi finanziari globali, il discorso cambia quando si pensa alle nazionali di calcio. Qui, per molti tifosi, sopravvive ancora un’atmosfera fatta di valori sportivi, di attaccamento alla propria squadra come simbolo della propria identità. Eppure i numeri di questo mondiale, che produrrà profitti mai visti prima in un evento sportivo, raccontano una storia diversa.

Una delle domande che ci siamo posti, nel Dossier andato in onda nel corso della settimana, è se l’anima del calcio esista ancora. E la risposta è sì: l’abbiamo trovata in piccole realtà, in società calcistiche che resistono e si oppongono al modello dominante.

Ma quell’anima può esistere anche nel sistema globale del calcio, fatto di enormi interessi finanziari, di diritti miliardari, di fondi di investimento e di multinazionali?

Partiremo da qui con i nostri ospiti: Marzio Minoli, giornalista economico della RSI, tifoso e amante dello sport, autore del libro uscito due anni fa Noi tifosi. Istruzioni per l’uso (Fontanaedizioni); e Pippo Russo, sociologo, giornalista e scrittore, che sul calcio ha scritto moltissimo. Ricordo, tra i tanti, il suo libro del 2014, dal titolo Gol di rapina – il lato oscuro del calcio globale (Edizioni Clichy)

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