L'ambiguità della sostenibilità

di Monica Bonetti e Sabrina Faller

Negli ultimi 20 anni si sono moltiplicati i modelli economici alternativi al capitalismo che rimettono in discussione un'economia troppo legata alla finanza e alla crescita dei consumi.

L’aumentata attenzione e preoccupazione per l’equilibrio ecologico del pianeta, per una distribuzione più equa di ricchezze tra primo e terzo mondo ma anche per le disparità all’interno delle nostre società, hanno fatto proliferare modelli più attenti al consumo che al profitto. Ecco allora le economie circolari, quelle della decrescita, della post-crescita, l’economia distributiva, tutte attente alla sostenibilità delle scelte da operare dal singolo e dalle collettività, sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale.

Ma se sostenibilità sta diventando un mantra sia nelle teorie economiche sia nella comunicazione delle aziende di ogni dimensione, non sempre risultano evidenti e condivise tutte le implicazioni di una sua applicazione pratica. Se insomma i piani di sviluppo delle nazioni più avanzate prestano ormai tutte, almeno a parole, attenzione alla salvaguardia delle risorse e non solo all’aumento dei profitti, è importante anche interrogarsi su rischi e ricadute che tale sostenibilità comporta su un piano macroeconomico.

Ne parliamo a "Moby Dick" con tre economisti: la professoressa Barbara Antonioli Mantegazzini,  docente alla facoltà di economia dell’USI, il prof. Luigino Bruni docente di Economia Politica presso l’Università Lumsa di Roma, e con il giornalista e opinionista economico Alfonso Tuor.