Negli ultimi anni, le politiche commerciali degli Stati Uniti hanno avuto un impatto anche sul mondo della musica, pur senza introdurre dazi specifici per i musicisti. L’aumento dei costi su strumenti, attrezzature e merchandising rende più caro organizzare tour internazionali, e questo si riflette soprattutto sugli artisti europei e italiani che vogliono esibirsi negli Stati Uniti.
Per loro, infatti, è necessario ottenere visti di lavoro specifici (come O1 o P1), affrontando costi elevati tra tasse consolari, spese legali e pratiche burocratiche complesse, oltre a dover gestire eventuali obblighi fiscali negli USA. Tutto ciò rende i tour lunghi e costosi, e spesso scoraggia le tournée.
Al contrario, per i musicisti americani che si spostano in Europa, le procedure sono molto più semplici: per brevi tour nello spazio Schengen non servono visti di lavoro, e i costi amministrativi e fiscali sono generalmente più contenuti.
Il risultato è una situazione sbilanciata: suonare negli Stati Uniti per un artista europeo comporta spese e complessità molto maggiori rispetto a quanto accade per un musicista americano in Europa, e i dazi commerciali indirettamente amplificano questo divario, rendendo più difficile la mobilità internazionale degli artisti.
Claudio Farinone e Giovanni Conti ne parlano con il pianista e divulgatore musicale Emanuele Arciuli e con il giornalista e critico Alceste Ayroldi.
Scopri la serie
https://www.rsi.ch/s/703515





