Foto-gallery: Colin Vallon Trio
ECM Session 10
COLIN VALLON TRIO
Colin Vallon pianoforte
Patrice Moret contrabbasso
Julian Sartorius batteria
Foto-gallery: Elina Duni Quartet
ELINA DUNI QUARTET
Elina Duni voce
Colin Vallon pianoforte
Lukas Traxel contrabbasso
Norbert Pfammatter batteria
Diretta radiofonica su RSI Rete Due
La voce strumentale di Colin Vallon privilegia la calma, la riflessione, i movimenti morbidi fino a diventare quasi impercettibili. Se fosse un quadro sarebbe dipinto a pastello, se fosse un profumo evocherebbe le erbe umide di montagna. C’è qualcosa di molto originale nella scelta estetica di questo pianista nato a Losanna nel 1980 e formatosi dapprima sui classici del suo strumento (e si sente): le proposte dei pianisti jazz si fondano solitamente sul ritmo, l’energia motoria, la “vitalità” spesso espressa in modo convenzionale; lui invece sembra escludere intenzionalmente questi paesaggi sonori, e proprio l’intenzionalità - così perseguita da farsi a volte palpabile, vien da dire solida, nella fissità di certi brani – diviene cifra espressiva, carattere identificativo.
Vallon riporta nei paraggi del jazz certe idee dell’ambient music, perfino della sciagurata musica New Age che negli anni Ottanta si rifaceva, snervandolo dal virtuosismo strumentale, proprio al jazz suo contemporaneo. E allora dove sta, nella sua musica, il differenziale rispetto a quella proposta troppo edulcorata e precotta? Si dice che il jazz è la musica del rischio, dell’invenzione continua. Se è vero, e spesso è così, questo rischio per rimanere tale ha bisogno di modificare continuamente le logiche su cui è basato; Colin Vallon ha trovato “dove” collocare in modo nuovo la qualità avventurosa del jazz. Qualcuno ha sostenuto che al suo trio manca l’interplay che fa ormai parte della tradizione di tante formazioni analoghe; eppure l’invenzione si trova proprio lì dove non si pensa di cercarla.
Vallon e i suoi partner riformulano in modo deciso appunto questo rapporto. In molti dei loro brani, in particolare nei due dischi incisi per l’ECM (Rruga e Le Vent), al procedere lineare del pianista, sviluppato per lenti accumuli d’intensità, si affianca un percorso di contrabbasso e batteria che trova formulazioni alternative e competitive (non contraddittorie, si badi bene: la coerenza narrativa è sempre conservata) a quella stessa atmosfera. La sorpresa, l’invenzione, il rischio è dunque nel sofisticato sovrapporsi di piani che concorre al disegno complessivo; come nel nascondersi di due colori pastello che si coprono a vicenda, nel difficile identificarsi delle fragranze quando si percorre un sottobosco…
Ma nei dipinti a pastello, nei profumi di montagna e in Vallon c’è anche la determinazione, la robustezza che sa, con levità, non farsi prevaricare. Incontriamo spesso questa faccia del pianista nel quartetto di Elina Duni, che è nata solo pochi mesi dopo di lui a Tirana, in Albania, e si è trasferita a Ginevra a undici anni. Qui ha scoperto il jazz che da allora ha associato alla musica della propria terra, una musica che lei frequentava, già come cantante, fin da piccolissima. Anche lei ha inciso due dischi per la prestigiosa etichetta tedesca: Matanë Malit e Dallëndyshe, entrambi con un quartetto comprendente Vallon, che del resto ha iniziato a suonare con lei in duo già nel 2004 e l’ha spinta a cantare nella sua lingua materna.
Il gruppo esplora un territorio ibrido: naturalmente i ritmi balcanici, l’espressività folclorica, gli andamenti da ballo popolare sono eredità provenienti dalle prime esperienze di Elina, che con determinazione conserva profondi echi della propria tradizione ma vuole anche trasformarli, renderli contemporanei e “transculturali”. Simmetricamente, quando nelle sue performance la voce della titolare si fa da parte e il trio strumentale guadagna la scena, non si assiste al passaggio dal “popolare” al “jazzistico”; anche Vallon, Traxel e Pfammatter producono una musica ibrida, che è jazz contemporaneo perché nel jazz di oggi c’è spazio per un’infinità di colori, ma è anche una personale declinazione di quanto fa la cantante con la propria voce. Può bastare un solo esempio: si pensi all’uso di oggetti vari nella cordiera del suo strumento da parte di Vallon, che non vuol essere affatto un artificio spettacolare ma evocare strumenti e deformazioni timbriche ben lontani dal temperamento equabile della tradizione accademica.
Vedi anche: colinvallon.com / elinaduni.com
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