Ritorniamo sulla tragedia della notte di Capodanno a Crans-Montana per soffermarci sulle fatture per le cure prestate in Svizzera alle vittime italiane, fatture che hanno riacceso le tensioni fra Roma e Berna: una vicenda la cui chiave di lettura oscilla fra il rispetto del diritto e delle procedure e la richiesta, considerata l’eccezionalità della situazione, di tatto diplomatico, di empatia e quindi di andare oltre i protocolli formali e burocratici che regolano, tramite delle convenzioni, i rimborsi fra le nazioni. Il nostro Consiglio federale e la nostra diplomazia avrebbero potuto e dovuto agire diversamente, al di là del tavolo congiunto che riunirà prossimamente la Confederazione, il Canton Vallese, il Comune di Crans-Montana, le assicurazioni e i rappresentanti degli Stati esteri coinvolti? Un auspicabile passo indietro da parte di tutti e un sano e costruttivo pragmatismo: è quanto ci si aspetta ora per chiudere al più presto una sterile polemica di carattere amministrativo-istituzionale che, purtroppo, non porta nulla a nessuno e accresce ulteriormente il dolore di tutte le famiglie colpite. Quali vie d’uscita sono percorribili a questo punto? Ricordiamo che dopo le prime frizioni legate all’inchiesta giudiziaria, ora il confronto si è spostato sui costi dei ricoveri negli ospedali svizzeri: le famiglie italiane non dovranno pagare nulla. Su questo punto le autorità svizzere sono state chiare. Resta però aperta la questione politica e amministrativa: chi dovrà sostenere, alla fine, quelle spese? Il caso è esploso lunedì scorso, quando tre famiglie italiane hanno ricevuto le fatture relative ai ricoveri dei loro figli in Svizzera. Gli importi oscillano tra 17’000 e 68’000 franchi. Sui documenti era indicato che le fatture non dovevano essere pagate. Si trattava di copie contabili, una prassi ordinaria nel sistema sanitario svizzero. In Italia, però, dove il paziente non viene normalmente informato dei costi sostenuti dalla sanità pubblica, l’invio ha avuto un impatto diverso. La polemica è stata immediata. La premier Giorgia Meloni ha parlato di “insulto” e di “beffa”, attribuendo l’episodio a una burocrazia disumana. Da quel momento il caso è diventato diplomatico. Ne parliamo oggi con voi e con l’avvocato Niccolò Salvioni, analista politico istituzionale
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