Mascherine e campanacci a Wengen e le critiche alla serie Wilder (2./3)

Con Antonio Bolzani e Paolo Riva, in conduzione Isabella Visetti

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Per gli appassionati di sci dire Wengen e Lauberhorn è un po’ come dire Wimbledon per gli amanti del tennis o Monza o Montecarlo per coloro che seguono l’automobilismo. Su quella leggendaria pista, entrata in effetti di diritto nella storia dello sci, hanno corso e vinto i migliori. Anche questa volta, come tutti gli anni a metà gennaio, la Coppa del Mondo di sci fa tappa nella località montana dell’Oberland bernese: il Lauberhorn è insomma una “classica”, attesissima da tutto il circo bianco e, in chiave turistica, anche dalla Svizzera intera, essendo fra i più importanti eventi sportivi organizzati nel nostro Paese. C’è sempre molto pubblico, trascinato sia dalla bellezza della discesa libera e del luogo, sia dallo splendido momento di forma degli atleti rossocrociati; il trionfo di ieri del fenomeno nidvaldese Marco Odermatt, nell’inedito Super G, ha lanciato nel migliore dei modi la quattro giorni di Wengen sulla quale ci soffermiamo oggi con il nostro inviato Patrick Locatelli.
A cura di Antonio Bolzani

Stanno facendo molto discutere le immagini di suicidio dell’ultima stagione della serie poliziesca Wilder, co-prodotta dalla SRF e trasmessa anche su RSI LA1 e sulla piattaforma PlaySuisse.  Interamente realizzata e girata in Svizzera, la serie – con protagonista l'agente della polizia cantonale Rosa Wilder – sta riscuotendo un grande successo di critica e di pubblico. Gli esperti e le associazioni impegnati nella prevenzione dei suicidi puntano però il dito contro due scene di suicidio, nel quarto episodio e in quello finale dell’ultima stagione, considerate problematiche ed eccessive, perché le persone fragili potrebbero cadere nell’emulazione. Ne parliamo con Alessandro Marcionni, capo produzione fiction RSI, e Sara Fumagalli, psichiatra e psicoterapeuta, direttrice medico-sanitaria della Clinica Santa Croce a Orselina.
A cura di Paolo Riva