dall'inviato a Pechino Federico Fiorito
Pechino c’è. È là da qualche parte, con il centro della metropoli alla sinistra del nostro bus quando partiamo dall’albergo per andare verso il centro stampa, vera zona nevralgica delle Olimpiadi vissute nella capitale cinese. Pechino è là, lo testimoniano un fitto bosco di palazzoni di svariate forme, colori e materiali, che si alterna ad edifici dall’imponenza monumentale che si appoggiano pesantemente al suolo e ti osservano dall’alto della loro maestosità. In mezzo piazze e incroci sconfinati.
Pechino però ci è negata, proibita come la città imperiale che possiamo solo immaginare oltre il finestrino e al di là della selva di cemento. Il sistema della bolla è rigido ma discreto. Parti con il bus dal tuo albergo dopo un controllo di zaini e giacche al metal detector e scendi, appunto, al centro stampa. Da lì puoi spostarti in ogni sede delle competizioni sempre prendendo un bus che esce dal loop per rientrare appena davanti alla pista o al palazzetto. E se la distanza tra un sito e l’altro è di 350 metri come quella che separa il National Indoor Stadium e l’Aquatics Centre? Niente da fare. Si sale sul bus e si scende immediatamente dopo aver passato le due file di cancelli che delimitano la bolla. Ma se non hai intenzione di camminare, manco ti accorgi di essere rinchiuso.
D’altra parte tutto questo lo sapevamo alla partenza. E siamo sempre qui per seguire le Olimpiadi, mica per andare a visitare la città. Ma, come sempre in questi casi, ciò che ti è negato acquista un gusto strano pur sapendo che comunque, anche senza la pandemia, avresti potuto vedere ben poco al di fuori di atleti e gare sportive. E così la città diventa davvero un sogno proibito, come quella imperiale, che sta là da qualche parte vicino a Piazza Tienanmen.

Olimpiadi, Pechino dietro il vetro (06.02.2022)
RSI Sport 06.02.2022, 11:33

