Un gruppo unito
Un gruppo unito (Keystone)

Per la Svizzera non tutto è da buttare

Se le Olimpiadi furono un fallimento, in questi Mondiali si è perlomeno tracciata la strada

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dall'inviato ad Helsinki Ariele Mombelli

È difficile commentare un’eliminazione simile. Lo è ancora di più considerate le premesse, quelle di una fase a gironi in cui la Svizzera ha dimostrato di essere superiore a tutte le sue avversarie, compreso il Canada campione in carica. Forse, anzi probabilmente, non abbiamo fatto i conti con le relative difficoltà dei due gruppi: il nostro, senza la Russia, era tra i più facili degli ultimi anni. Lo si è vinto alla grande, ribaltando anche i favori del pronostico. Quei favori che poi non siamo stati in grado di rispettare sul più bello, quando davvero contava. L’obiettivo, va da sé, è allora fallito, ma non tutto è da buttare. Non questa volta.

Cosa va

Rispetto alla campagna dei Giochi Olimpici di Pechino, quella sì fallimentare, la Svizzera ad Helsinki ha dimostrato di essere squadra vera, unita e con una precisa identità di gioco. Fischer è stato di parola, compiendo scelte che hanno rappresentato un netto taglio rispetto al passato ed escludendo i vari Diaz, Alatalo e Moser tra gli altri. Ha avuto il tempo per implementare le sue idee, l’allenatore. E ci è riuscito, perché la Nazionale che intendeva - giovane, veloce, rapida in transizione, aggressiva in forecheck - la si è vista sul ghiaccio per lunghi tratti. Questa, aldilà del risultato nudo e crudo, è una vittoria. La strada, almeno oggi, è tracciata.

Cosa non va

È innegabile, la Svizzera ha una sua precisa idea di gioco, ma questo può non bastare. Sembra un complesso mentale, come furono gli ottavi per la nazionale di calcio, lo scoglio dei quarti di finale. Raggiunto l’apice contro il Canada, in una vittoria che resterà nei ricordi di questo Mondiale anche per l’ambiente in pista, la Nazionale si è via via spenta. I segnali lanciati con Francia e Germania, nelle due seguenti sfide, non erano più così benauguranti. Sono dunque usciti i limiti - mentali, tecnici e fisici - di un gruppo che, ora è assodato, soffre tremendamente le partite da dentro o fuori. E anche lo stesso Fischer, sfortunato per aver perso Scherwey e Corvi durante il percorso, può avere le sue responsabilità. Tanti, troppi, i rimescolamenti delle linee nel corso della partita. Tanti, troppi, gli elementi che nel complesso hanno dimostrato di non essere pronti (Egli, Glauser, Miranda su tutti). Tanti, troppi, i giocatori che al momento buono si sono nascosti (Hischier, Suter, Kurashev). E trovare soluzioni tattiche, in un contesto simile, non è affatto evidente.

 
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