di Stefano Ferrando
A Wimbledon sono da poco passate le due del pomeriggio. Sono passati soprattutto due set che hanno spedito Roger Federer sull'orlo del baratro. Marin Cilic gli sta riservando lo stesso trattamento di New York nel 2014: servizio boom, dritto boom, rovescio boom. Insomma il pacchetto completo, tanto che il punteggio è 7-6 6-4 in suo favore. In più siamo sul 3-3 e Federer deve difendere tre palle break mascherate da matchpoint.
E lì, mentre tutto il mondo, o quasi, sta pensando a come salutare il Re, a quali parole scegliere per raccontare il suo commiato dal suo "giardino", che Roger svolta. Solo a quel punto il cuore gli dice che così non può andare e che quei mezzi sorrisetti, quelle frasi ("è vecchio, è il passato, un grande deve saper lasciare quando non vince più...") vanno rimessi nel cassetto, lì decide che in campo c'è il Maestro.
Come è andata lo sappiamo: rimonta e vittoria al quinto, lui da sempre "accusato" di non essere un lottatore e di non avere la fame e la grinta di altri. Magari qualcuno avrà pure ragione, troverà non uno ma decine di esempi contrari ma nessuno potrà negare l'emozione provata il 6 luglio 2016 sul Centre Court. "Uno dei giorni più belli ed emozionanti della mia carriera" così ha commentato Roger Federer, uno che si emoziona ancora come un bambino quando vede quel campo, quando annusa il profumo dell'erba e ricorda ogni singola discesa a rete.
È solo un Quarto di Finale si potrà obiettare: vero ma è per momenti come questi che Federer gioca ancora. Fra un mese soffierà su 35 candeline, non sappiamo se lo farà con 18o Slam in bacheca o con una nuova delusione in tasca, sappiamo però che il Maestro lo farà consapevole di quanto il Tennis abbia ancora bisogno di lui e del suo talento speciale e grande: enorme, quasi quanto il cuore di oggi.









