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Camera d’eco

L'isola di Arturo - Elsa Morante

Un romanzo che si fa spazio nel cuore di ogni lettore, andando a sfiorare e risvegliare l’infanzia sepolta che si nasconde dentro ognuno di noi.

  • 4.3.2023
  • 4 min
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L’isola di Arturo, tra i romanzi di formazione più amati e che più hanno influito sulla letteratura italiana del Novecento, si fa spazio nel cuore di ogni lettore, andando a sfiorare e risvegliare, con il potere dell’ingenua giovinezza che lo vive, l’infanzia sepolta che si nasconde dentro ognuno di noi.

Ciao! Mi chiamo Nina Altoni e studio letteratura italiana, filosofia e cinema all’Università di Losanna, e oggi vi parlerò di uno scrittore, tra i migliori e i più influenti del Novecento italiano. Uno scrittore che ha sempre odiato sentirsi definire scrittrice, al femminile; lei, diceva, si è sempre sentita più scrittore, al maschile. E noi rispetteremo la sua volontà.

Elsa Morante è stata tra i più importanti e noti narratori del Novecento. Nel 1957, fu la prima donna ad esser insignita del Premio Strega proprio con il romanzo di cui vi parlerò oggi. La scrittura fu per lei un’attività iniziata già in precoce età: iniziò scrivendo favole e filastrocche, racconti brevi, poesie: buona parte dei quali fu edita da varie riviste e periodici, tra cui il Meridiano di Roma, il Corriere dei piccoli. Per alcuni di questi Elsa scrisse addirittura con pseudonimi maschili. Il suo contributo alla Letteratura italiana è considerato ancora oggi tra i più fondamentali e notevoli, sia per quanto riguarda l’ambiente femminile, che per quello maschile.

Ho scoperto questo libro grazie ad un corso universitario e leggendolo, sfogliandone le pagine, attraversandone la storia, l’impressione che sussisteva in me era quella di un’immersione in un passato, in un’infanzia che collimava con un’altra storia che conoscevo abbastanza bene: la mia. Ma non si tratta di una mera questione personale, no. Perché sono sicura che così come mi è parso di rivivere una parte della mia vita attraverso quella straordinaria patina melodrammatica e quella profonda introspezione psicanalitica freudiana, ogni altro lettore può ritrovare un po’ di sé stesso in questo piccolo ribelle genuino.

Il protagonista, Arturo, un ragazzino di 14 anni orfano di madre e con un padre misterioso e molto assente, abbandonato alla propria vita e a una crescita libera da qualsivoglia costrizione sull’isola di Procida, nell’alone di miticità che pervade il romanzo, incarna in tutto e per tutto l’archetipo dell’infanzia, quel nocciolo mitico che soffochiamo tutti noi, giorno dopo giorno, con un presente troppo occupato a dimenticarsi del passato.

Cresce e vive libero, si istruisce grazie alle letture che trova sparse per casa e passa con assoluta spensieratezza epica la propria infanzia. Abita in una misteriosa casa ereditata da un vecchio altrettanto misterioso, anch’essa circondata da un alone mitico che la rende leggendariamente fatale alle donne: la Casa dei Guaglioni.

Il protagonista passa la sua vita in questo limbo di pace, fedelmente accompagnato dal cane Immacolatella. Fino all’arrivo della nuova sposa del padre. L’entrata della matrigna nella sua vita, rappresenterà per Arturo una svolta, un punto di rottura, un’incrinatura insanabile, che lo porterà a confrontarsi con un altro aspetto della propria esistenza e della propria libertà. Pubertà e adolescenza divamperanno, consumando le sicurezze e le verità sulle quali Arturo aveva costruito i propri sogni.

“Il presente mi pareva un’epoca perenne, come una festa di fate.”

L’ingenuità di questo bambino accoglie il lettore in un mondo che chiunque si convince di aver scordato, ma che la Morante, con questo romanzo, riesce a richiamarne i ricordi e le verità più profonde.

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