A fine marzo 2026 il parlamento israeliano ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi della Cisgiordania riconosciuti colpevoli di atti di terrorismo che abbiano causato almeno una vittima. La norma, proposta dall’ala più radicale della coalizione di governo e sostenuta anche dal premier Benjamin Netanyahu, prevede l’impiccagione come modalità di esecuzione. La decisione ha suscitato reazioni critiche e indignazione a livello internazionale: la Svizzera si è detta «profondamente preoccupata», ha avviato un’azione diplomatica immediata e convocato l’ambasciatore israeliano a Berna, ribadendo il proprio rifiuto assoluto della pena capitale. Il tema è particolarmente sensibile per la Confederazione, che da anni promuove l’abolizione globale della pena di morte. Per approfondire le implicazioni giuridiche, politiche e morali della nuova legge intervengono Paolo Passaglia, esperto di diritto comparato e di abolizionismo penale, e Adriano Fabris, direttore dell’Istituto ReTe dell’USI e impegnato nei percorsi di giustizia riabilitativa.
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