L’ambasciatore d’Israele in Svizzera è stato convocato dal Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) questa settimana. Berna intende illustrare la sua posizione in merito alla pena di morte, dopo che il Parlamento israeliano ha approvato una legge che ne estende il ricorso. Legge che l’ambasciatore difende.
Ad anticipare la notizia della convocazione è stato il SonntagsBlick. La conferma è poi arrivata dal DFAE. Il capo della divisione Pace e diritti umani, Tim Enderlin, è già intervenuto presso l’ambasciatore d’Israele a Berna, Tibor Schlosser. Nell’incontro previsto questa settimana esporrà personalmente la posizione della Svizzera che “rifiuta - come precisato dal DFAE - la pena di morte ovunque e in ogni circostanza, poiché è incompatibile con il diritto alla vita e alla dignità umana”. La Svizzera chiede quindi a Israele di rispettare pienamente gli obblighi internazionali, compreso il divieto di discriminazione (l’estensione della legge secondo i critici colpisce di fatto solo i palestinesi), le garanzia di uno Stato di diritto e quelle procedurali.
La convocazione dell’ambasciatore d’Israele è ritenuta una misura timida dal consigliere agli Stati socialista Carlo Sommaruga. “È un gesto simbolico, ma completamente sproporzionato rispetto alla gravità della situazione in Israele” ha dichiarato ai microfoni di RTS. “Ci sono prove sufficienti - ha aggiunto - per giustificare il richiamo dell’ambasciatore svizzero in Israele”.
“Il richiamo sarebbe una misura troppo radicale” secondo il parlamentare di destra Mauro Poggia che ritiene che la Svizzera non debba essere la prima a imporre sanzioni, ma non dovrebbe nemmeno esitare e dovrebbe segnalare chiaramente la violazione del diritto internazionale in corso.
Tibor Schlosser, in un’intervista pubblicata martedì dai giornali del gruppo Tamedia, ha difeso la legge come decisione sovrana di Israele. “Capisco il punto di vista della Svizzera - ha affermato - tuttavia in Israele l’attenzione è rivolta anche alla dignità delle vittime del terrorismo e delle loro famiglie, nonché alla prevenzione di ulteriori attacchi terroristici”.
La condanna all’ergastolo, secondo Schlosser, non sarebbe un deterrente sufficiente, al contrario, perché i detenuti sanno che verranno liberati al prossimo scambio di ostaggi.





