Questa puntata di “Bourbon Street” si muoverà fra poesia, improvvisazione e narrazione in musica.
Cominceremo da Anthony Joseph, il quale nel recente The Ark trasforma l’afrofuturismo in una macchina capace di interrogare memoria coloniale e immaginazione del futuro, sostenuto da un ensemble che fotografa magnificamente lo stato del jazz britannico contemporaneo.
Molto diverso è Sonnets, disco che reca le firme di John Zorn, di Julian Lage e di Gyan Riley. Si tratta di un ciclo ispirato ai Sonetti di Shakespeare, quasi a suggerire che la poesia sopravvive anche quando le parole, paradossalmente, vengono meno.
Decisamente più irregolare e perturbante il nuovo lavoro di Jac Berrocal, Vincent Epplay e Timo van Luijk, Ste Cy. Un disco dove i tre smontano la voce fino a trasformarla in puro teatro sonoro. Il Collettivo Jambona dal canto suo riporta invece il linguaggio a una dimensione apertamente politica, omaggiando, in canzone e in poesia, la figura di un altro irregolare come Piero Ciampi.
E ancora Aja Monet, forse una delle figure più significative emerse negli ultimi anni dall’incontro fra poesia performativa, jazz e coscienza politica afroamericana, che ci regala uno splendido disco intitolato The Color of Rain.
A chiudere Laurie Anderson e i Sex Mob, gruppo sperimentale newyorchese nato intorno a Steven Bernstein. La voce come dispositivo ambiguo: ironico e profetico, narrativo e musicale, intimo e pubblico insieme. Perché forse è proprio questo che il jazz continua a ricordarci ogni volta che incontra la parola: parlare non significa necessariamente spiegare.
Scopri la serie
https://www.rsi.ch/s/703910



