Brooklyn Suite, titolo evocativo per un album progettato da un tenore americano, noto soprattutto per le sue interpretazioni di opere del Sei-Settecento, ma che qui va in cerca delle sue radici, anche se la frase è una banalità. Questo album pubblicato da Harmonia Mundi Musique e progettato da Zachary Wilder allinea musiche di Mozart, Schubert, Gershwin, Bernstein, Kurt Weill, Marc Blitztsein e altri ancora. Il solito pot-pourri di gusto post-modern? Non esattamente, al contrario una scelta ragionata dove questi nomi figurano come protagonisti dell’ideale ricostruzione di un ambiente preciso, una sorta di ritratto della propria famiglia colta in una immaginaria serata musicale d’antan. Famigliari e parenti del nostro Wilder, di origine ebraica, emigrati dalla Lituania, per i quali, da generazioni, il fare musica è sempre stato un momento imprescindibile della giornata e della vita.
Una cultura musicale dunque fatta innanzitutto di tradizione popolare yiddish, classici, opera. Un retaggio che, all’arrivo negli Usa, si è arricchito di ulteriori componenti il cui carattere converge in realtà in un’affinità elettiva con quella tradizione, poiché tantissima musica americana, figlia di Broadway e Tin-Pan Alley, cioè il cosiddetto Great American Songbook e le sue diramatissime propaggini jazzistiche, è in larghissima parte opera di musicisti e autori di origine ebraica, emigrati o fuggiti dall’Europa. L’album è in un certo senso il racconto avvincente, e per certi versi la testimonianza, narrata dallo stesso Zachary Wilder nelle note di commento al disco, di come via via, prima ragazzo e poi giovane cantante, ha scoperto, innamorandosene, le sorgenti di un così vasto orizzonte musicale e culturale.
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