"Anonymous Sounds. Library Music e culture dello schermo negli anni Sessanta e Settanta" di di Nessa Johnston, Jamie Sexton e Elodie A. Roy, Bloomsbury (copertina)
La Recensione

“Anonymous Sounds”

Library Music e culture dello schermo negli anni Sessanta e Settanta

  • Ieri
  • 15 min
  • Paolo Prato
  • bloomsbury.com
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La library music è musica scritta da professionisti, spesso anonimi, venduta a etichette specializzate che la promuovono nelle produzioni mediali più varie, dai film a basso costo - dove il budget non consentirebbe di ingaggiare un compositore di grido – alle serie TV, dai programmi radio-televisivi alla pubblicità. Anonymous Sounds. Library Music and Screen Cultures in the 1960s and 1970s, a cura di Nessa Johnston, Jamie Sexton e Elodie A. Roy (Bloomsbury) fa il punto su un argomento che vanta una copiosa letteratura – anche se sbocciata solo in anni recenti – ma che necessita ancora di una sua legittimazione, sospesa com’è in una terra di nessuno, fra popular music studies, sound studies, studi sul cinema (per lo più di serie B) e sulla televisione. Al libro hanno collaborato studiosi da tutto il mondo: Portogallo, Finlandia, Gran Bretagna, Francia e soprattutto Italia a riprova che l’esperienza italiana gode di grande considerazione a livello internazionale, non solo sul fronte degli appassionati, ma anche in ambito accademico.

La storia di quella che in italiano chiamiamo “musica per sonorizzazione” – Morricone usava il termine “musica applicata” – è vecchia come il cinema, che all’epoca del muto si serviva di musicisti dal vivo impegnati a eseguire spartiti per accompagnare le immagini. La più longeva casa editrice britannica, De Wolfe, iniziò la sua attività nel 1909. Se gli anni ’30 furono anni di gestazione, l’età dell’oro abbraccia i tardi anni ’60 e il decennio successivo, quando la produzione di audiovisivi conosce un’impennata planetaria. Prima di allora la musica disponibile nei cataloghi delle case discografiche era per lo più di genere classico-leggero, con l’uso preminente di grandi orchestre e, in quantità minore, di big band jazzistiche. Gli anni d’oro videro l’emergere di stili propri della popular music, con l’uso frequente di nuove tecnologie come il nastro magnetico, i sintetizzatori, gli strumenti elettrici ed elettronici.

I vari contributi del libro sottolineano una visione opposta al modello classico di coerenza e integrità artistica, caratteristico della musica tout court, quale la conosciamo e apprezziamo per i suoi valori artistici: la library music evidenzia come molti testi mediali vengano prodotti in forma di collage, ovvero contengano vari strati, spesso eterogenei – strati che potrebbero non essere stati creati come componenti integranti di quel determinato testo. Questo obbliga a cambiare prospettiva nell’esaminare e, soprattutto, giudicare i suoi prodotti, che sono sì caratterizzati da un alto tasso di standardizzazione – in quanto musiche “funzionali” – ma, soprattutto negli anni d’oro, diventarono un laboratorio di sperimentazione, fra pop, rock, jazz e avanguardia. Anni in cui compositori come Luis Bacalov, Ennio Morricone, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Armando Trovajoli e Piero Umiliani impreziosirono quel repertorio firmando brani di culto che da tempo alimentano una fanbase internazionale, sospesa tra feticismo e romanticismo.

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