“Hope and Fury” di Joe Jackson, earMUSIC (copertina)
La Recensione

“Hope and Fury”

Il ventiduesimo album di Joe Jackson

  • Oggi
  • 14 min
  • Franco Fabbri
  • earmusic.com
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Hope and Fury è il ventiduesimo album in studio di Joe Jackson. Il primo, del 1979, conteneva uno dei maggiori successi della sua carriera, “Is She Really Going Out with Him”: a quella canzone e agli album tra fine anni Settanta e primi Ottanta di solito si pensa quando si sente pronunciare il suo nome. Era considerato uno dei migliori nuovi cantautori inglesi, insieme a Elvis Costello. Poi ha fatto molte altre cose (perfino musica “classica”), allontanandosi dal mondo pop di quell’epoca, ma non è mai scomparso dalla scena. L’album appena uscito non punta sulla nostalgia, anche se porta le tracce di tutto quello che Jackson ha fatto in poco meno di mezzo secolo (!). Joe Jackson è uno serio. Sette anni fa l’ho visto in un concerto dove presentava Fool, il suo album del 2019, accompagnato da un gruppo di quelli che i critici rock chiamano “solidi” (bravi professionisti, precisi, compatti, senza fronzoli, come quelli dell’album attuale). Naturalmente il pubblico si aspettava qualcuna delle canzoni degli anni Ottanta, tipo “Cancer” (“Everything gives you cancer…” avrete capito che Jackson non ha remore né peli sulla lingua), con un vero sound dell’epoca. Ed ecco che dalle quinte entra un “tecnico” in camice bianco, con una specie di scatola nelle mani: la depone vicino alla tastiera di Jackson, fa il gesto di collegarla a qualcosa, poi esce da dove era entrato. È un sequencer. Attacca uno dei pezzi: quelli che avevano diciott’anni intorno al 1982 gioiscono e si mettono a ballare. Jackson è uno serio, e ha un certo senso dell’umorismo. Basta navigare sul suo sito, andare sotto “Writings” e leggere la ricetta dettagliatissima del vodka-martini (mescolato, non agitato), che fa apparire James Bond come un dilettante. Jackson sa scrivere, e molto bene, anche i testi delle canzoni. Inventa i personaggi come solo un bravo narratore sa fare: un talento che certamente altri cantautori posseggono, ma non tanti. E come musicista si vede che ha un’ottima padronanza delle armonie, e va usato il plurale, perché Joe Jackson sa giocare su pochi accordi ma sempre con qualcosa di inaspettato (come osservava Bob Dylan a proposito della musica di Lennon e McCartney), però è a suo agio anche nel comporre e suonare come facevano i compositori di Tin Pan Alley, i Gershwin, i Kern, i Rodgers. Insomma, da un pezzo all’altro, anche in quest’ultimo album, ci si può trovare a cantare una melodia orecchiabile da discoteca (con annessa celebrazione della palla ricoperta di specchi), alla maniera e con la stessa facilità (e bravura) degli Abba, e poi ci si ritrova nella serietà sofisticata di una canzone sulla malinconia del mese di settembre, che avrebbe potuto trovarsi in un musical di Cole Porter. Bisogna prenderlo sul serio, questo Joe Jackson.  

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