Jazz, folklore, psichedelia, lounge music, spaghetti western, noir, hard-boiled eccetera. E poi la solita metafora: mescolate e servite. Quante volte questo luogo comune del cocktail viene sfruttato per descrivere quella musica che non si sa bene in quale scaffale mettere?
Troppe volte. Però anche i cocktail bisogna saperli fare. I barman sono tanti, ma fra loro ci sono i maestri. Il post-modern ci ha abituati a questa trasversalità ormai endemica, sistematica, ormai neppure volontaria, tanto è metabolizzata per così dire nel processo creativo di autori e di interpreti. È il risultato del proliferare esponenziale, diciamo da un secolo a questa parte, sia di stili musicali (non sai più se chiamarli “generi”), sia dell’esposizione ovunque e sempre ai flussi sonori più disparati.
In passato poeti coglievano i momenti preziosi di quando un canto giungeva da lontano: «Sonavan le quiete stanze...».
Oggi è il silenzio il momento più raro. E sempre più prezioso. Al punto che, come ha detto Arvo Pärt, la musica deve essere degna del silenzio che la precede.
Tutto questo per dire che il coktail de La Giostra, l’album felice nato dall’incontro di Enrico Rava con il trio Guano Padano ha un bouquet sopraffino, dalle mille sfumature riconoscibili immediatamente o enigmatiche talvolta. E pur anni luce lontano da Arvo Pärt, ha ottimi titoli per rompere il silenzio. Un magnifico innesto di un grande vecchio del jazz come Rava (86 anni) carico di esperienze e di memorie, con tre musicisti speciali, la cui musica è una spugna, una carta assorbente. Quattro viaggiatori nel cui bagaglio c’è il mondo intero.
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