“Somebody Tried To Sell Me A Bridge” di Van Morrison, prodotto da Van Morrison per Exile Productions Ltd (copertina)
La Recensione

“Somebody Tried To Sell Me A Bridge”

Con la ferrea risolutezza di un vecchio blues

  • Oggi
  • 15 min
  • Franco Fabbri
  • © Exile Productions Ltd discogs.com
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Basterebbe dire che Somebody Tried To Sell Me A Bridge è il quarantottesimo album di Van Morrison registrato in studio, oltre a sette dal vivo, per rendersi conto della durata e della ricchezza delle produzioni del cantante, autore e strumentista di Belfast, che compirà quest’anno ottantun anni. E c’è di più, se si ricorda il suo ruolo di fondatore e leader di uno dei gruppi più in vista della British Invasion, i Them. “Gloria”, il cui giro di accordi fu uno dei più imitati nella storia della popular music (da “The Last Time” e “Satisfaction” a “Una bambolina che fa no no no”), l’aveva composta Van Morrison, nel 1964.

L’album precedente a Somebody Tried To Sell Me A Bridge era uscito a metà del 2025, e qualche critico musicale ha ricordato con nostalgia i tempi in cui gli album di un artista o di un gruppo uscivano ogni sei mesi, massimo un anno. Responsabile della fine di quella stagione è stato il CD, con la sua durata doppia rispetto all’album analogico, che necessariamente allungava i tempi di scrittura, di registrazione, di uscita sul mercato. E allora, come mai quest’ultimo album di Van Morrison, che contiene venti canzoni (sarebbe stato comunque un album doppio), è uscito così presto? Perché è un album di blues, costituito in larga parte da brani storici, e suonato in studio con la freschezza di una registrazione dal vivo, con un gruppo di strumentisti più che padroni dello stile e alcuni ospiti “d’epoca” (come Buddy Guy, nato nel 1936, Taj Mahal, nel 1942, o Elvin Bishop, nel 1942, membro della Paul Butterfield Blues Band, il gruppo “elettrico” che fece scalpore a Newport nel 1965: ci ricorda qualcosa?). È un album didattico, tutt’altro che pedante: è come entrare in un pub e ascoltare una band che passa da un “classico” all’altro, con arrangiamenti a volte sorprendenti (ad esempio, “Ain’t That A Shame” di Fats Domino), e che ha l’aria di divertirsi molto. Sono dei giovanotti, del resto. Ci sono anche quattro pezzi di Van Morrison, che non sfigurano rispetto a quelli di altri autori (un elenco parziale: John Lee Hooker, Sonny Terry e Brownie McGhee, Leadbelly, B.B. King). Una delle recensioni pubblicate di recente (di Kenneth Corsini) finisce così: «Abbiate cura di voi stessi, là fuori. Ci sono molte ragioni per essere depressi (“blue”) in questi giorni. Non permettete che i bastardi vi tirino giù. Vinceremo, con la ferrea risolutezza di un vecchio blues».

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