Fra le tante conseguenze dalla “rivoluzione” mediatica, ce n’è una non solo positiva, ma anche di valore inestimabile, ossia la diffusione - e con essa la possibilità di sopravvivere, di uscire da marginalità spesso mortifere - di tantissime, preziose tradizioni musicali che oggi popolano il caleidoscopio della cosiddetta World Music.
Senza i cilindri di Edison, le lacche di Berliner e successori, le prime trasmissioni radio, ben difficilmente il XX secolo ci avrebbe regalato tango, flamenco, klezmer, la galassia musicale afroamericana e molto altro ancora. Inclusa la catena di tutte le infinite filiazioni e commistioni che hanno via via fatto la fortuna della musica industrializzata.
Gran parte di questi generi sono in realtà figli delle tante diaspore o deportazioni, che da millenni costringono gli esseri umani a vagare per il mondo in cerca di un luogo dove vivere. Fra i tanti giunti fino a noi, il flamenco è quasi certamente il genere più antico ed enigmatico con una sua lingua e un suo lessico del tutto speciali. “Cantaora” si chiama la cantante e “bailaora” la ballerina. E adesso ecco un album decisamente inconsueto il cui titolo è un gioco di parole: Arpaora. Nel gergo del flamenco il termine potrebbe indicare una suonatrice di arpa, senonché l’arpa non è mai stata usata nel flamenco. Questo fino a ieri. Ana Crismán, nativa di Jeréz de la Frontera, da anni coltiva e sviluppa la propria convinzione che l’arpa racchiuda in sé un cuore flamenco. Arpaora rappresenta il debutto discografico di questa musicista e musicologa che, da pianista, si è votata all’arpa trasformandola sensibilmente per adattarla al linguaggio del flamenco. Il risultato è indubbiamente ricco di fascino e di suggestione.
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