Leyla McCalla
Leyla McCalla (© 2015 Leyla McCalla)

La Recensione

di Giordano Montecchi

Da lunedì 18 a venerdì 22 marzo 2019

Iiro Rantala, pianista jazz di formazione classica, mette nel suo cilindro Mozart, Bernstein, Lennon e la Deutsche Philharmonie di Brema. Cosa ne esce? Un altro inopinato capitolo di quell’attitudine allo “sconfinamento” che si suol dire postmoderno, ma che in realtà esiste da sempre e speriamo non muoia mai.

Martedì Leyla McCalla, violoncellista e cantante di origine haitiana: il suo recentissimo "Capitalist Blues" è bello già nel titolo e all’ascolto conquista con la sua immediatezza e genuinità senza elucubrazioni o alchimie fonografiche.

L’esatto contrario, forse, di "What Heat", l’album pubblicato di recente dalla gabrieliana Realworld che riunisce il gruppo Bokanté e la Metropole Orkest. Qui i molti mezzi e il magistrale maquillage seducono e “perplimono” al tempo stesso: «World music, que me veux tu?» ci si potrebbe chiedere col vecchio Fontenelle o, se preferite, con Pierre Boulez che ne riprese l’aforisma.

Giovedì, invece, ci leviamo il cappello di fronte al più grande sinfonista del secondo Novecento (essendo il “primo Novecento” occupato da Mahler) affidato alle mani di uno dei maggiori direttori di inizio xxi secolo. Si tratta rispettivamente di Dmitri Šostakovič e Andris Nelsons.

Venerdì chiudiamo nuovamente con gli interrogativi. Magnifico ed elettrizzante lo Händel italiano fotografato in tre cantate da Emmanuelle Haïm e il suo Concert d’Astrée. Tuttavia nel revival barocco di questi anni si intravede ormai una deriva, un manierismo che merita una riflessione.

 

 

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