Playing For the Man At the Door, “Suonare per l’uomo alla porta”. È questo il titolo di un album pubblicato alla fine dell’estate scorsa, dalla Folkways, l’etichetta della Smithsonian Institution. Etichetta gloriosa, o quanto meno benemerita, che festeggiava per l’occasione il suo 75mo anniversario. È un album triplo e, come suol dire, è la punta di un iceberg. Per la prima volta, infatti, escono dalla leggenda, 66 delle migliaia di brani registrati da Robert Burton McCormick, meglio noto come Mack McCormick fra il 1958 e il 1971, durante le sue instancabili peregrinazioni nelle periferie e nelle campagne del Texas e dintorni. Come si sarà intuito McCormick (1930-2015) non è un musicista. Non si saprebbe neppure definirlo un etnomusicologo o un folklorista, privo com’era di qualsiasi formazione accademica. Eppure era un ricercatore nel senso più vero del termine. Le testimonianze e il materiale da lui raccolto – una collezione di 590 bobine, oltre a migliaia e migliaia di documenti, fotografie ecc. – sono considerati un patrimonio di valore inestimabile per la storia della musica americana, in particolare il blues, di cui McCormick era perdutamente innamorato. Un patrimonio che la figlia di McCormick, Susannah, ha donato alla Smithsonian Institution nel 2019.
Ascoltando questi 66 brani registrati sul campo, interpretati da decine di interpreti sconosciuti, a parte pochissimi, si prova un’emozione particolare nel rendersi conto di quale fiume straordinario ha alimentato quella musica, quei protagonisti, quelle star che nel giro di alcuni decenni hanno letteralmente colonizzato il mondo. Un contesto così ricco che quasi ridimensiona la grandezza dei nomi più acclamati. Perché in giro c’erano tanti, tantissimi sconosciuti, forse altrettanto bravi. Ascoltando, verrebbe quasi da pensare, parafrasando Benedetto Croce, che «non possiamo non dirci afroamericani».
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