Il porto di Genova (keystone)

I camalli genovesi in lotta contro le navi della morte

di Federico Franchini e Alberto Campi (WeReport)

Genova e il suo porto sono un centro logistico del traffico internazionali di armi. Ogni venti giorni circa le navi della Bahri - la compagnia nazionale saudita, tra i più grandi armatori del mondo - fa tappa sullo scalo ligure. Nelle sue stive ci sono carri armati, elicotteri, esplosivi e altri armi caricate negli Stati Uniti e in altri porti europei e destinate ad essere impiegate nel conflitto dello Yemen. Di fronte a questa situazione c’è chi dice no. Sono gli attivisti del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) che da qualche anno si battono contro il transito da Genova di queste navi. La loro è una dotta dura, che solleva molte verità nascoste e dà fastidio, tanto che alcuni militanti sono finiti sotto indagine. Il nostro è un viaggio all’interno del mondo portuale genovese per cercare di capire le origini e il futuro di questa battaglia. Attraverso il racconto di alcuni militanti del CALP, oltre che di un rappresentante dell’ONG Weapon Watch e del console della principale compagnia di lavoratori portuali, abbiamo voluto dare voce ad un movimento che di recente ha ricevuto il sostegno anche di Papa Francesco. Un movimento che non si ferma certo con il nostro reportage: la Bahri Hofuf è attesa a Genova in questi giorni dopo che ha imbarcato merci al Military Ocean Terminal di Sunny Point, nella Carolina del Nord, uno dei principali terminal militare del mondo. I lavoratori sono sul chi vive e di certo lanceranno l’allarme.

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