Alessandro Manzoni (iStock)

I promessi sposi e il coronavirus, ovvero il senso comune e il buon senso

di Valerio Rosa

“Osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire”: lo sguardo spietatamente illuminista di Alessandro Manzoni sulla malafede e la superficialità con cui viene affrontata la peste del 1630, registra in realtà comportamenti eterni, che si ripetono identici al variare dei contesti, come una ritualità stereotipata che si ripresenta ad ogni catastrofe, dunque anche nell’attuale pandemia: l’irresponsabile negazione della realtà; la colpevole sottovalutazione del pericolo e degli ammonimenti degli esperti; le azioni irrazionali compiute sotto la spinta della paura; lo svelamento, nel pericolo, del vero carattere di ogni essere umano. Siamo, dunque, sempre gli stessi, ed è per questo che “I promessi sposi” continuano a parlarci, a leggerci mentre li leggiamo, confermando che un classico, come ha scritto Italo Calvino, è un libro che non hai mai finito di dire quel che ha da dire. Con Stefano Prandi, professore ordinario di Letteratura Italiana e direttore dell'Istituto di Studi Italiani dell'USI, e con Paolo Sorcinelli, professore di Storia Sociale all'Università di Bologna.

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