Scrittore scomodo, personaggio inviso alle correnti islamiste, senz’altro uomo coraggioso: Kamel Daoud, vincitore del premio Goncourt per il primo romanzo, racconta ai microfoni di "Laser" il suo percorso umano, intellettuale e artistico. Come alcuni altri prima di lui è incorso nel peccato mortale decretato dai radicali islamici secondo cui Daoud non rispetta la religione del profeta. Ma lo scrittore algerino non si è dato per vinto trascinando in tribunale l’imam radicale che aveva pronunciato nei suoi confronti una fatwa di morte. Uomo libero e ribelle è riuscito a far condannare l’imam salafita – ed è una prima in Algeria – a una pena detentiva. Nato nel 1970, giornalista iconoclasta, ha da poco pubblicato per La nave di Teseo “Le mie indipendenze”, libro che raccoglie 6 anni di cronache apparse sul New York Times e sul settimanale francese Le Point. Una sorta di viaggio negli ultimi anni travagliati, che inizia alla vigilia delle primavere arabe e che si conclude nel 2016 all’indomani dei fatti di Colonia, quando diverse donne furono molestate e alcune anche violentate da una folla composta in buona parte da maghrebini: in quest’occasione Daoud assunse posizioni molto critiche nei confronti della sua cultura arabo musulmana che a suo dire sarebbe profondamente misogina.
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