Nella foto un imam impegnato nelle letture sacre del Corano presso la moschea di Lugano. (TiPress)

Radicalismo islamico: pianificare "alla svizzera"

di Chiara Sulmoni

Per lo Stato Islamico e altri gruppi estremisti la Svizzera non è un bersaglio prioritario, ma nell’ultimo rapporto del servizio delle attività informative, si legge che le autorità federali trattano regolarmente segnalazioni relative a idee, intenzioni o preparazione di eventuali attentati, che se non la coinvolgono direttamente, hanno qualche attinenza con la Svizzera. E alcune inchieste internazionali lo hanno recentemente confermato ed evidenziato.

Dal 2001 ad oggi, secondo i dati ufficiali sono stati 93 gli individui che hanno lasciato i confini nazionali, alla volta di un possibile fronte jihadista. Poiché da un paio d’anni non risultano nuove partenze, avere un’idea precisa di quella zona d’ombra che precede la militanza armata, cioè la radicalizzazione, non è semplice.

Ad accompagnarci in un ampio ragionamento attorno alla questione, sono tre voci che abbiamo raccolto sul territorio. Tre angolature, per disegnare contesti, inquadrare temi, e portare a galla problematiche, che si ritrovano fuori e dentro la confederazione elvetica.

A mettere in risalto alcune caratteristiche svizzere del fenomeno, sulla base di quello che si è potuto osservare, è Fabien Merz, che al Centre for Security Studies del Politecnico di Zurigo, si occupa di jihadismo e terrorismo. Elham Manea è professoressa associata di scienze politiche all'Università di Zurigo, specialista di Medio Oriente e Islam politico, e attivista per i diritti umani. Il suo, è uno sguardo d’insieme. Naima Serroukh è attiva sul territorio e con la comunità musulmana. Dopo l’attacco al Charlie Hebdo, era il 2015, a Bienne nel Canton Berna, ha avviato Tasamuh -tolleranza, in arabo- che a suo tempo, era la prima iniziativa di prevenzione del suo genere.

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