Negli Stati Uniti ricchi e apparentemente felici del secondo dopoguerra si leva improvvisa la voce dei giovani. La Beat Generation mette a nudo il vuoto morale e spirituale nascosto dietro il consumismo e i valori borghesi: noia, ipocrisia, repressione sessuale, paura del diverso, ossessione del successo. Con Urlo, recitata pubblicamente nel 1955, il poeta Allen Ginsberg denuncia una società che distrugge le menti migliori della sua generazione. Seguirono poi gli hippie a San Francisco e la protesta politica organizzata degli anni Sessanta, con le marce contro la guerra in Vietnam o il movimento per i diritti civili. In quegli anni i giovani si ribellano ai padri e alle madri proponendo una diversa idea di famiglia e società; si distinguono dagli adulti per lo stile di vita, i valori, persino l’abbigliamento. Oggi quella ribellione sembra assente o forse prende forme diverse, spesso nascoste, come testimoniano l’attivista Zeno Casella e lo scrittore Matteo Bussola, che da tempo ascolta le voci di questi giovani nel suo programma alla radio. Le nuove generazioni contestano il lavoro che divora la vita, il consumo come identità, la carriera come unica misura del valore, la famiglia come obbligo, il silenzio sulla sofferenza mentale, l’indifferenza verso il clima. I social infine hanno creato un nuovo spazio di presenza e di espressione, come emerge dagli studi di Eleonora Benecchi.
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