Nei panni degli altri. L’empatia tra uso e abuso

di Monica Bonetti

«È la sensibilità a rendere gli attori mediocri, l'estrema sensibilità gli attori limitati, il sangue freddo e il cervello gli attori sublimi» scriveva Denis Diderot annunciando la stesura del suo Paradosso sull’attore. Un testo che animò polemiche e discussioni nell’Europa del Settecento non solo in ambito teatrale e che si è tradotto anche in letture di estetica contrapposte rispetto al ruolo dell’arte nel leggere e interpretare la realtà. Un paradosso che si può ritrovare nel diffuso uso, e talvolta nell’abuso, del termine empatia, nome ombrello sotto cui si rifugiano termini solo parzialmente sovrapponibili. Empatizzare vale allora, di volta in volta, per immedesimarsi, rivivere, compatire, simpatizzare… Una costellazione proteiforme di significati che rischia di annacquarne il significato e sbiadirne i contorni fino all’indistinzione.

Vale allora la pena ripartire interrogandosi su dove nasca l’empatia e quali siano i sentimenti che possano derivarne o quali siano al contrario i limiti di un eccesso di empatia in alcune particolari relazioni. Perché tornando a Diderot «Essere sensibili è una cosa, sentire è un’altra. L’una è questione di anima, l’altra di intelligenza». “Moby Dick” lo fa insieme alla filosofa Maura Gancitano fondatrice insieme al marito e collega Andrea Colamedici del progetto "Tlon" che comprende una scuola di Filosofia, una Casa Editrice e una Libreria Teatro, con la psicologa Gabriella Bianchi Micheli cocuratrice insieme a Maria Grazia Rabiolo del volume "Doppio laccio. Il cancro al tempo del Coronavirus. Quando la malattia diventa risorsa" uscito pochi mesi fa da Casagrande, e con il regista teatrale Gabriele Vacis autore di numerosi progetti in cui l’empatia ha un ruolo particolare.