Raccontare la guerra

di Monica Bonetti

Dai saggi-racconto di Ryszard Kapuściński, ai reportage di Goffredo Parise (dal Vietnam, dal Biafra, dal Laos e dal Cile) raccolti in Guerre politiche, il racconto di guerra è certamente informazione e cronaca ma non solo. Gli strumenti, i tempi, le modalità che lo caratterizzano, si sono profondamente modificati nel tempo, ma resta uguale,  e soprattutto ugualmente importante, la funzione di ricerca di senso e di spiegazioni nella Storia che gli esempi più riusciti di questi racconti svolgono.

Una professione quella dell’inviato che certo non differisce da quella del cronista in termini di attenta verifica delle fonti e  di rispetto della distinzione tra fatti e opinioni, ma che in uno scenario difficile come quello di un conflitto e con l’incalzare di informazioni molteplici e magari contradditorie che arrivano dai social, si complica ulteriormente.

Ma come è cambiato nel tempo il mestiere dell’inviato di guerra. È una professione che si può insegnare? Come? E se il ruolo dei media – quelli tradizionali e quelli più recenti raggruppati sotto la dicitura social- ha modificato il racconto di guerra, come difendersi dall’uso sempre più spregiudicato e manipolatorio che ne fanno le parti in causa?

"Moby Dick" cercherà di rispondere a questi e ad altri interrogativi insieme agli ospiti del suo dibattito Emanuele Giordana, giornalista a lungo attivo sul fronte afghano che insegna tecnica di scrittura e relazione tra media ed emergenze, e al giornalista David Puente cacciatore di fake e responsabile del progetto  fact-checking nella redazione di «Open.online».

Nell’ultima parte della trasmissione infine il racconto dell’art advisor Marco Riccomini che pochi giorni prima dell’invasione si è recato a Kiev per osservare come musei e gallerie stessero preparandosi all’eventualità della guerra.

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