Ri-abitare la terra dopo il Covid

di Emanuela Burgazzoli

La crisi sanitaria ha evidenziato fragilità e vulnerabilità, e come ogni crisi, scrive il filosofo francese Edgar Morin, “è contemporaneamente un rivelatore e un generatore di effetti”. La pandemia ha reso esplicita la struttura dello spazio del nostro presente, approfittando dell’estrema connettività che caratterizza l’epoca della globalizzazione e della densità degli agglomerati urbani. La crisi insomma ci interroga sugli attuali modelli di abitare la Terra, ma anche sulle logiche di crescita economica e di sviluppo e pianificazione territoriale: la pandemia diventa dunque un’occasione per riscoprire la terra e la sua geografia, la relazione uomo-ambiente messa alla prova anche dalla crisi climatica, ma anche per ripensare l’urbanistica. È possibile immaginare una nuova organizzazione dello spazio urbano che in futuro non risponda soltanto a criteri di funzionalità, ma sia anche sostenibile, senza escludere le possibilità di comunicazione e socializzazione che da sempre appartengono all’identità delle città? Per parlarne a "Moby Dick" due ospiti in diretta: il geografo Claudio Ferrata e l’architetto e urbanista Vittorio Magnago Lampugnani. E con la partecipazione dell’antropologo Franco La Cecla.