Morire in scena non si può. I fatti di sangue sono impuri, sono “osceni”: vanno soltanto raccontati. È questa una norma del teatro greco, che influenza gran parte di quello occidentale. Un messaggero entra in scena e ci racconta che Edipo si è cavato gli occhi, che Antigone si è suicidata, che Medea ha ucciso i propri figli. E fin nell’opera, nel monteverdiano ”Orfeo” una messaggera ci racconta di aver assistito alla morte di Euridice; ancora nel “Macbeth” di Verdi l’uccisione di Duncano avviene fuori scena, l’assassinio di Banco non si vede; e perfino nel “Trovatore” non vediamo l’esecuzione di Manrico. Il personaggio di Bajazet, re e padre, che si suicida nell’omonimo pasticcio vivaldiano, è dunque una cospicua e duplice eccezione: alla norma della morte “raccontata” ma pure a quella del lieto fine settecentesco.
Di questo e di altro abbiamo parlato con il baritono Renato Dolcini, che impersona il ruolo del titolo nella recente pubblicazione discografica del “Bajazet” di Vivaldi, diretta da Federico M. Sardelli per Naxos. Laura Antonaz, voce insigne del coro RSI, invece ci racconta dalla sua Trieste la prima del “Trovatore” di Verdi ora in scena: una ripresa di una produzione dell’Opéra de Saint-Étienne che si caratterizza per una compagnia di canto di primissimo ordine.
Scopri la serie
https://www.rsi.ch/s/703727





