Ridotto dell'opera

Lo zoo di Wagner è vuoto

“Lohengrin” alla Fenice di Venezia, un recente volume dedicato alla Tetralogia

Richard Wagner

Cigni, orsi, cavalli, per non parlare di draghi e creature mitologiche: Wagner prescrive per il suo teatro una pletora di presenze vive non umane che i registi cancellano da decenni – e non fa eccezione l’atteso Lohengrin firmato da Damiano Michieletto. Nella messa in scena del regista italiano l’esperta Sabrina Faller ha per noi individuato molte suggestioni simboliche, senza stupirsi di non vedere ombra di cigni (è in scena alla Fenice di Venezia fino al 26 aprile). Del resto, chi vi scrive, non ricorda di aver mai ammirato nei vari “Lohengrin” il previsto pennuto, rimpiazzato da bambini, da vari mezzi di locomozione tra cui moto d’acqua, o evocato con gesti nel vuoto. Nondimeno con gesti nel vuoto le figlie di Wotan di solito si rivolgono ai loro assenti destrieri in qualsiasi recita della Walkiria, o cavalcano cacciabombardieri, motociclette, e perfino bici da corsa.

Ma saremo mai maturi per ritrovare un Wagner autentico, al di là della zoologia? Perché quando ci accostiamo alle sue opere sembriamo più preoccupati del nostro sguardo che dell’oggetto in sé? Perché usiamo Wagner come nostro specchio? A queste e ad altre domande risponde il nostro ospite Luca Zoppelli, musicologo e professore emerito all’Università di Friburgo, autore di Richard Wagner: L’anello del nibelungo - Il dramma, la musica, le idee, per i tipi di Carocci. 

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