Oggi partiamo da un recente studio del Max Planck Institute for Empirical Aesthetics (MPIEA) e dell’Università di Colonia che ha dimostrato come diversi formati di concerto possano influenzare l’esperienza, il comportamento e le reazioni fisiche del pubblico.
Un totale di 802 persone ha partecipato allo studio che prevedeva undici concerti di musica da camera con gli stessi tre quintetti d’archi ma realizzati con formati differenti.
Per analizzare le esperienze e i comportamenti individuali sono stati utilizzati questionari, misurazioni fisiologiche come la frequenza cardiaca e telecamere per l’osservazione delle espressioni del viso.
La ricerca ha messo in evidenza come le reazioni del pubblico fossero estremamente differenti, soprattutto per quei formati che si discostavano nettamente da quello tradizionale.
Orchestre e organizzatori di Festival e stagioni musicali si confrontano spesso con l’esigenza di rinnovare i propri formati, con l’obiettivo di rendere le performance sempre più coinvolgenti o di avvicinare un nuovo pubblico. Del resto, la forma di fruizione della musica risente della contemporaneità e dei suoi mezzi di diffusione che sono oggi molto lontani dalla formula del concerto classico, frontale, immaginato nell’Ottocento.
Nuove sfide e nuove domande dunque proprio all’alba di una nuova e ricca estate di musica.
Oggi ne parliamo con Barbara Tartari e i suoi ospiti: il musicologo, scrittore e giornalista Giordano Montecchi e Michele Patuzzi, compositore, direttore d’orchestra nonché direttore artistico di Ceresio Estate, manifestazione che porta la musica in Ticino esattamente da cinquant’anni.
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